Lavoro

Pensioni a 67 anni, perché (forse) sono inevitabili

Governo e sindacati trattano su come bloccare il legame tra le aspettative di vita e l’età di ritiro dal lavoro. Ma in realtà hanno le mani legate

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Andrea Telara

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Ancor prima che iniziasse, è stato definito dai giornali un “confronto in salita”. E’ quello tra governo e sindacati sul prossimo innalzamento della pensione di vecchiaia a 67 anni (dagli attuali 66 anni e 7 mesi). La nuova soglia scatterà dal 2019 per adeguarsi alle aspettative di vita della popolazione ma Cgil, Cisl e Uil premono affinché questa “scala mobile” previdenziale venga bloccata il più possibile. 

Dal canto suo, il governo sembra disposto ad accontentare tali richieste soltanto per alcune categorie di lavoratori , cioè per chi svolge mestieri gravosi come i facchini, le maestre d’asilo i gruisti o i macchinisti. In attesa di vedere come andrà il confronto, sembra profilarsi però all’orizzonte una manovra di piccolo cabotaggio, che esenterà dall’innalzamento dell’età pensionabile soltanto qualche decina di migliaia di lavoratori. 

Troppi costi 

Ma perché è così difficile evitare l’aumento a 67 anni? Una prima spiegazione l’ ha già data a suo tempo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha stimato un maggior costo complessivo per lo Stato di 140 miliardi di euro da qui al 2035 , nel caso in cui l’età pensionabile venisse sganciata dalle “aspettative” di vita. 

Un’altra spiegazione è arrivata poi dall’ l’ex ministro del welfare, Elsa Fornero, in un’intervista a Repubblica. Ancora oggi, ha sottolineato la Fornero, buona parte delle pensioni degli italiani viene calcolata col sistema retributivo, cioè in base alla media degli ultimi stipendi. Solo nei prossimi decenni entrerà pienamente a regime il sistema di calcolo contributivo, che lega l’importo della pensione alla quantità di contributi versati nel corso della carriera. Più si versa, più alta è la pensione. 

Il metodo contributivo 

Il metodo contributivo, come ha ricordato Fornero, consente anche una certa flessibilità nella scelta di quando mettersi a riposo. Per calcolare l’assegno maturato, infatti, i contributi accumulati dal lavoratore nel corso della carriera (il montante) vengono moltiplicati per un coefficiente che varia  a seconda dell’età. Più alta è la soglia anagrafica della pensione, maggiore è il coefficiente

Esempio: se un lavoratore ha accumulato 300mila euro di contributi e va in pensione a 63 anni, bisogna moltiplicare  quanto versato per un coefficiente del 5% e si ottiene un assegno Inps lordo di 15mila euro annui. Se invece l’età del pensionamento è di 67 anni, i contributi accumulati di 300mila euro vengono moltiplicati per un coefficiente più alto, pari al 5,7%. In questo caso, la rendita maturata è di oltre 17mila euro, cioè più elevata di quasi il 15%. 

Il metodo contributivo, insomma, spinge i lavoratori a ritirarsi dal lavoro il più tardi possibile per avere una pensione più alta, mentre chi sceglie di ritirarsi prima ne paga inevitabilmente le conseguenze ricevendo un assegno più basso. Questo sistema, però, entrerà pienamente a regime solfra un bel po' di tempo, cioè quando si ritirerà dal lavoro chi ha iniziato la carriera nel 1996. Deve trascorrere ancora più di un ventennio , insomma, prima di vedere avverarsi questo scenario. 

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