Lavoro

Pensioni a 67 anni, è giusto escludere certe categorie?

Il governo vuole favorire alcune tipologie di lavoratori nell'età di pensionamento. Ma rischia di fare grossi errori

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Andrea Telara

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Maestre di asilo, camionisti, badanti, muratori e addetti alle pulizie. Ma anche i gruisti e conciatori di pelle, a cui si aggiungono gli operatori ecologici e i facchini. Sono le categorie di lavoratori che potrebbero beneficiare di un piccolo trattamento di favore nell’accesso al pensionamento

Dal 2019 in poi, come sa bene chi ha seguito le cronache delle ultime settimane, l’età della pensione di vecchiaia salirà in Italia dagli attuali 66 anni e 7 mesi fino a 67 anni, per adeguarsi alle aspettative di vita della popolazione. Tuttavia, per accontentare le richieste dei sindacati, il governo pare intenzionato a esentare da questo innalzamento dei requisiti anagrafici alcune categorie professionali che hanno mansioni particolarmente  gravose, difficili da svolgere a 67 anni compiuti. 

Ecco allora che si apre un interrogativo: è giusto o sbagliato usare due pesi e due misure quando si stabiliscono le regole pensionistiche? In teoria sì, perché  sulle aspettative di vita di una persona incide non poco il tipo di mestiere che svolge. E’ statisticamente dimostrato che, almeno in media, un operaio o un artigiano che fanno lavori di fatica hanno una vita più breve rispetto ai professionisti intellettuali come i medici o gli avvocati, che non compiono molti sforzi fisici durante la giornata. 

I rischi di ingiustizie

Tuttavia, quando si fissano regole differenziate, bisognerebbe adottare prima un criterio generale valido per tutti, per non correre il rischio di compiere ingiustizie e favoritismi. In base a quali principi, per esempio, si stabilisce che un addetto alle pulizie è maggiormente esposto all’usura fisica rispetto a un falegname o a un calzolaio o a un artigiano che fa l’idraulico? 

Perché una maestra d’asilo deve andare in pensione prima degli altri insegnanti e non può invece essere esentata dalla docenza e ricollocata in qualche altro ufficio della pubblica amministrazione? 

Alla fine del 2015 Marco Cacciotti ed Elena Fabrizi, due ricercatori del Dipartimento del Tesoro, hanno fatto uno studio per misurare la correlazione tra il lavoro svolto e le aspettative di vita della popolazione. E’ emerso che sulle speranze di sopravvivenza  di una persona influiscono diversi fattori, in primis la stabilità o la precarietà del posto di lavoro. 

Chi vive più a lungo

Gli impiegati pubblici, per esempio, sono risultati essere una delle categorie con la maggiore aspettativa di vita, grazie alla sicurezza della loro condizione professionale. Seguono altri lavoratori di fascia medio-alta come i manager o i liberi professionisti. La probabilità di avere una vita più breve della media è risultata invece alta in alcuni settori produttivi come la pesca, l’agricoltura, l’industria estrattiva e persino nel campo dell’intermediazione finanziaria. 

Dunque, se si vuole introdurre un trattamento differenziato per quel che riguarda l’età pensionabile, il buon senso suggerisce di partire innanzitutto da dati scientifici come quelli contenuti nello studio di Cacciotti e Fabrizi, piuttosto che basarsi sull’esito di trattative tra governo e parti sociali, dove si rischia di favorire le categorie di lavoratori che sono sindacalmente più forti in un determinato momento. 


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