Lavoro

Pensione anticipata per le donne: le cose da sapere

Le lavoratrici possono mettersi a riposo con l'opzione donna a 57-58 anni, ma con un assegno ridotto, calcolato col metodo contributivo

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Andrea Telara

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In pensione attorno a 57 o 58 anni di età, con 35 anni di contributi alle spalle. E' la possibilità che ancora oggi hanno molte lavoratrici italiane grazie all'Opzione Donna, una norma transitoria introdotta nel 2004 e rimasta in vigore sino ai giorni nostri, anche dopo l'approvazione della riforma Fornero del dicembre 2011. Chi sceglie di mettersi a riposo con l'Opzione Donna (possono farlo sia le lavoratrici dipendenti che quelle autonome) riceve però un assegno calcolato con il poco vantaggioso metodo contributivo, cioè in proporzione ai contributi versati nel corso di tutta la carriera e non sulla base della media degli ultimi stipendi (metodo retributivo).


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E' difficile stimare a priori di quanto viene tagliata la pensione a chi sceglie di congedarsi dal lavoro con l'Opzione-Donna. Tutto dipende infatti dai percorsi di carriera di ogni singola lavoratrice, cioè dalla quantità di contributi che ha versato. In linea di massima, l'assegno Inps calcolato con il metodo contributivo è inferiore di almeno il 25-30% rispetto a quello che sarebbe maturato con il sistema retributivo. In rapporto agli ultimi stipendi, invece, la rendita pensionistica di chi sceglie l'Opzione Donna può essere inferiore anche del 30-40%. Chi percepisce una retribuzione di 3mila euro netti, per esempio, può ricevere una pensione di poco superiore a 1.600 euro al mese mentre chi ha uno stipendio di 1.700 euro netti si ritrova con un assegno Inps inferiore a 1.200 euro mensili.


Norma transitoria

L'opzione Donna è una norma transitoria, destinata a rimanere in vigore fino al 31 dicembre 2015. In Parlamento è stata depositata una proposta di legge della Lega Nord per estendere questa forma di pensionamento anticipato fino al 2018, ma l'iter è ancora agli inizi. Il prossimo 6 ottobre, invece, partirà la prima udienza presso il Tar del Lazio per una class action promossa da un gruppo di lavoratrici, che si sentono ingiustamente escluse dalla possibilità di accedere all'Opzione Donna e hanno dato vita anche a un gruppo su Facebook. Tutta la questione ruota attorno al discutibile sistema con cui l'Inps ha deciso di applicare i criteri di accesso al pensionamento anticipato per le lavoratrici. In linea di massima, l'età per accedere all'Opzione Donna è fissata infatti a 57 anni e 3 mesi per le dipendenti e a 58 anni e 3 mesi per le lavoratrici autonome.


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Tuttavia, una circolare dell'Inps stabilisce che queste soglie anagrafiche sono soggette al sistema delle finestre mobili, che fu introdotto 2011 dall'ex-ministro del welfare, Maurizio Sacconi. Si tratta di un meccanismo in base al quale ogni lavoratore, una volta raggiunti i requisiti per andare in pensione, deve rimanere in attività per ancora 12 mesi (nel caso dei lavoratori dipendenti) o per 18 mesi (nel caso degli autonomi). Dunque, proprio a causa del sistema delle finestre mobili, chi vuole accedere all'Opzione Donna deve stare in attività un bel po' di mesi in più, anche dopo aver maturato i requisiti per il pensionamento Tutte le lavoratrici che hanno maturato il diritto al pensionamento anticipato negli ultimi mesi del 2014 o nel 2015, per esempio, non possono in teoria ritirarsi dal lavoro prima del 2016, quando però le norme dell'Opzione Donna non ci saranno più, essendo destinate a rimanere in vigore fino al 31 dicembre 2015. Una beffa, insomma, che di fatto concede la possibilità di beneficiare del pensionamento anticipato soltanto a chi ha maturato i requisiti di età e di carriera prima del dicembre 2014 (nel caso delle dipendenti) o del maggio 2014 (per le libere professioniste). Per questo, più di 3mila lavoratrici rimaste escluse dall'opzione donna si sono riunite su facebook e rivendicano il proprio diritto alla pensione anticipata.


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