Partite Iva, tutte le nuove tutele

Dalla maternità alla malattia fino al lavoro agile: ecco come il governo prova a difendere i lavoratori autonomi

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– Credits: Imagoeconomica

Giuseppe Cordasco

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Qualcuno lo ha già ribattezzato Jobs Act delle partite Iva: stiamo parlando del pacchetto di misure approvato dal governo per meglio tutelare i lavoratori autonomi. Si tratta di una serie di nuove regole che riguarderanno la maternità, la malattia, in particolare quella grave che comporta assenze prolungate, e il cosiddetto lavoro agile, ossia quello eseguito in parte fuori dalla sede aziendale.

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Innanzitutto, tra le misure approvate, c’è quella che prevede un assegno di maternità per 5 mesi pari all’80% del reddito medio che, a differenza di quanto avveniva in passato, potrà d’ora in poi essere percepito anche se la lavoratrice autonoma in questione, dovesse continuare, almeno in parte, a lavorare a causa di impegni impellenti a cui far fronte. Tra l’altro, con provvedimento annesso è stato previsto, questa volta per entrambi i genitori, un congedo di sei mesi da sfruttare entro i primi tre anni di vita del bimbo, senza che questo porti all’estinzione del rapporto di lavoro, ma soltanto a un suo congelamento. Per quanto riguarda invece le malattie, in particolari quelle gravi, le nuove disposizioni prevedono espressamente che l’attività lavorativa che si sta svolgendo possa rimanere “sospesa, senza diritto al corrispettivo, per un periodo non superiore a centocinquanta giorni”. Tra l’altro, sempre su questo fronte, è stato stabilito che per malattie superiori ai 60 giorni, scatta la sospensione del versamento dei contributi previdenziali, che può durare fino a un massimo di due anni.

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Per quanto riguarda poi il già citato lavoro agile, secondo le nuove norme il lavoratore che accetta di svolgere una quota della propria prestazione fuori dai locali aziendali, “ha diritto di ricevere un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti dei lavoratori che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda”. A tutto ciò si aggiunge lo sforzo nell’arginare forme di collaborazione abusive, prevedendo che i contratti debbano obbligatoriamente avere forma scritta e che le sue condizioni non possano essere unilaterali, ma debbano essere sempre e comunque concordate. Infine, è stato introdotto uno stop ai pagamenti troppo dilazionati, sancendo la nullità di quegli accordi fittizi che posticipino oltre i 60 giorni il saldo delle attività svolte.

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Insomma, un deciso passo avanti, che però lascia qualche dubbio. Il più importante è stato sottolineato dalla Cgia di Mestre, secondo la quale, così come congegnato, questo pacchetto di norme avrebbe effetto solo sui lavoratori autonomi senza una propria cassa previdenziale, ossia su quelli che per forze di cose devono aderire alla gestione separata dell’Inps. Staremmo quindi parlando di una platea pari al 6% delle circa 4 milioni di partite Iva attive, ovvero non più di 250mila lavoratori autonomi. Sarebbe bene dunque che, in fase di definizione dei decreti attuativi, si chiarisse bene quali saranno i soggetti a cui saranno indirizzate le nuove norme, facendo in modo che essa risultino in numero più grande possibile. Altro nodo da chiarire poi sarà quello relativo agli studi di settore: il decreto non ne fa menzione, ma sembrava ormai assodata l’intenzione del governo di sottrarre le piccole partite Iva da questo tipo di incombenza. In caso passasse infatti l’ipotesi più volte rilanciata dallo stesso viceministro alle Finanze, Luigi Casero, circa 800mila professionisti non dovrebbero più sottostare agli studi di settore, uno sgravio non da poco. Staremo a vedere.

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