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Lavoro

Occupazione, perché il contratto a termine non va demonizzato

Le assunzioni precarie sono ai massimi storici. Ma non è detto che sia un male, visto che cresce anche il lavoro stabile

Record storico per i contratti precari. Così, nel giorni scorsi, hanno titolato molti giornali e organi di stampa di fronte ai dati diffusi dalla Fondazione Di Vittorio che fa capo alla Cgil. Rielaborando le statistiche dell’Istat, infatti, la Fondazione Di Vittorio ha messo in evidenza che gli occupati italiani inquadrati con un’assunzione a termine sono ormai più 2,8 milioni, una cifra che non si è mai vista prima.

I dati sul tempo indeterminato

Ma è davvero un male se nel nostro Paese ci sono tanti lavoratori a tempo determinato? In teoria sì, se non ci fossero però anche altri dati importanti da prendere in considerazione: quelli sulle assunzioni con contratto a tempo indeterminato.

Nel report della Fondazione Di Vittorio, non viene infatti  messo in evidenza che, oltre a crescere i contratti precari, negli ultimi anni sono aumentati anche i lavoratori assunti stabilmente a tempo indeterminato: erano 14,5 milioni del 2015 e sono saliti a 14,6 milioni nel 2016 per poi crescere ancora fino ai 14,98 milioni registrati nell'agosto scorso.

Analizzando le serie storiche dell'Istat, si scopre addirittura che nel 2007, nell'anno precedente la crisi economica, i  lavoratori assunti a tempo indeterminato erano 14,68 milioni, cioè meno che nell'estate del 2017. Dunque, grazie a  un po' di ripresa del pil e dell'occupazione, negli ultimi anni i contratti precari e  quelle stabili si sono mossi di pari passo, cioè verso l'alto.

Effetto-Treu ed effetto-Biagi

Ecco allora che, invece di demonizzare i rapporti di lavoro a tempo determinato, si dovrebbe riconoscereun fatto: spesso le assunzioni temporanee sono la porta che consente a molte persone di accedere al mondo del lavoro (o di rientrarvi dopo avere perso il posto). Per rendersene conto, basta guardare ai dati Istat sull'occupazione pubblicati dal 1997 in poi, cioè negli anni successivi tanto vituperate riforme Biagi e Treu che hanno allentato i vincoli sui contratti a tempo determinato.

Tra il 1997 e il 2007, il numero dei lavoratori italiani assunti a termine è salito in maniera consistente, da 1,6 a oltre 2,2 milioni. Nello stesso periodo, però, la quantità di occupati con un contratto stabile è passato da 13,1 a oltre 14,6 milioni di unità. Dunque, in quel decennio che veniva dipinto da molti come l'era della precarietà, sono stati  creati in realtà oltre un milione e mezzo di posti di lavoro a tempo indeterminato.


In linea con l'Europa

Senza dimenticare, infine, un altro dato non trascurabile. La quota di lavoratori a termine che si registra in Italia, pari al 14% circa dell'intera popolazione dei dipendenti non è più alta di quella di altri paesi europei: in Spagna è del 23%, in Olanda attorno al 20%, in Francia e Svezia al 16-17%, mentre in Germania si attesta sul 13% circa.

“Nel nostro paese il lavoro instabile è in linea con la media europea”, dice Emilio Reyneri, professore emerito di sociologia del lavoro nell’Università di Milano Bicocca,  “e il recente aumento dei tempi determinati si deve alla crescita dell’occupazione”.  Il professore sottolinea infatti che “esiste una correlazione pro-ciclica” tra livello dell’occupazione dipendente e la percentuale di rapporti a tempo determinato, che scendono quando l'economia va male e crescono quando il pil è in ripresa.

La ragione è molto semplice: quando le imprese sono in crisi e decidono di ridurre  il personale, innanzitutto non confermano i rapporti di lavoro a termine che giungono alla scadenza. Contrariamente, quando le aziende vanno bene e decidono di assumere nuovo personale, quasi sempre preferiscono far ricorso inizialmente a rapporti instabili. Dunque, ben vengano  i contratti a tempo determinato se servono per riportare al lavoro persone disoccupate e se sono l'anticamera per una futura assunzione stabile.

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