Niente taglio alle pensioni d'oro dei sindacalisti: il governo contro Boeri

Ecco perché è stata bocciata la circolare Inps che negava il trattamento agevolato dei versamenti

Tito-Boeri

Il presidente dell'Inps, Tito Boeri – Credits: Ciro Fusco/Ansa

Stefano Caviglia

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Niente taglio alle pensioni d’oro dei sindacalisti italiani, i cui contributi continueranno a fruttare più di quelli degli altri cittadini. Lo ha appena deciso, il Ministero del Lavoro, bocciando la parte più "succosa" della circolare dell’Inps, annunciata con orgoglio a gennaio scorso dal suo presidente Tito Boeri, per ristabilire la parità di trattamento fra sindacalisti e normali lavoratori. Il nocciolo era in una regola un po’ tecnica ma dal significato molto concreto: impedire il versamento in “quota A”, ossia nella parte soggetta al calcolo retributivo, dei contributi erogati ai rappresentanti dei lavoratori durante i periodi di distacco sindacale.

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Alla base della mossa di Boeri, che all’epoca suscitò molto clamore, c’era la sentenza con cui la Corte dei conti aveva bocciato il ricorso dell’ex sindacalista della Gilda insegnanti Gennaro Di Meglio, a cui l’ente previdenziale negava di calcolare pienamente, sulla pensione da percepire per tutta la sua vita futura, l’effetto dell’impennata impressa dal sindacato al suo stipendio negli ultimi due mesi di lavoro. La Corte aveva sentenziato che riconoscere il calcolo più favorevole sarebbe stato illegittimo, in quanto alla attività svolta nei mesi in questione mancavano i requisiti della fissità e della continuità che la legge stabilisce come necessari per accedere al retributivo.

A questa constatazione di fatto (incredibilmente arrivata dopo vent’anni in cui nessuno aveva obiettato all’applicazione del criterio più generoso) Boeri aveva aggiunto una domanda assai semplice: come può avere criteri di fissità e continuità un incarico come quello sindacale, soggetto per definizione alle incognite degli organismi rappresentativi, fra cui la possibilità di revoca da parte degli iscritti? Messa così la questione, la regola della legge richiamata dalla Corte dei conti si sarebbe dovuta applicare a ben 1.400 sindacalisti che dovevano ancora andare in pensione. Seguirono proteste e polemiche, che non contribuirono a migliorare i rapporti, già abbastanza complicati, fra il presidente dell’Inps e il governo.

Da allora sono passati ben sei mesi. Prima il ministero del Lavoro ha chiesto di riformulare la circolare, cosa che è stata fatta ad aprile, e ora arriva un responso sostanzialmente negativo. L’ufficio legislativo sostiene che gli incarichi sindacali possano benissimo avere i caratteri di fissità e continuità richiesti dalla legge. La “sentenza” è attenuata con l’affermazione della necessità di evitare gli abusi che deriverebbero da incrementi anomali delle retribuzioni a ridosso del pensionamento, ma sembra alquanto difficile perseguire i comportamenti scorretti senza il sostegno di una regola generale. La verità è che da oggi le pensioni dei sindacalisti riprendono a veleggiare con il vento in poppa, sospinte da un calcolo assai più favorevole di quello applicato agli altri italiani.

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