Mettere mano alle pensioni per la manovra d'autunno

Matteo Renzi avrebbe intenzione di mettere nel mirino le pensioni con il calcolo retributivo e quelle di reversibilità come raccontato da Panorama

Il Ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi – Credits: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Stefano Cingolani

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UPDATE: L'ipotesi di un intervento sulle pensioni più alte e una rivisitazione di quelle di reversibilità per riuscire a fare cassa è un tema che circola nelle stanze del Governo. Panorama ne aveva parlato già nel suo articolo di copertina del numero 33 in edicola il 7 agosto in cui si raccontava proprio la "controriforma delle pensioni", ovvero un taglio agli assegni superiori ai 3 mila euro mensili, una maggiore elasticità in uscita con soglia di penalizzazione, la riduzione degli assegni di reversibilità e l'abolizione dei baby pensionamenti. Trovate tutto qui.

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"Gli italiani possono andare in vacanza tranquilli. Non ci sarà nessuna manovra correttiva. Anzi, in settembre avremo una ripartenza col botto». Così parlava il capo del governo il 1° agosto presentando lo Sblocca Italia, un pacchetto di provvedimenti in 10 capitoli per «liberare le energie del Paese». Passano due giorni e nell’omelia domenicale sulla Repubblica Eugenio Scalfari invoca l’arrivo della troika, il commissariamento di Commissione europea, Fondo monetario e Bce. Matteo Renzi mangia la foglia, si fa intervistare dal medesimo quotidiano e cerca di esorcizzare lo spettro che segnerebbe la sua fine. Ma in ogni caso mette le mani avanti: «Se mai ci fosse bisogno di una manovra non imporremo nuove tasse». Dal «mai», dunque, siamo già al «se mai». E non è finita qui.

Il bonus di 80 euro non ha scalfito un fardello fiscale del 52 per cento che sale al 68 sui lavoratori autonomi. In queste condizioni non c’è spazio né per i consumi né per i risparmi. Infatti, l’Italia non cresce. La prima metà dell’anno è stata sprecata, come dimostra il dato sul secondo trimestre diffuso mercoledì 6 dall’Istat. Se le cose andranno meglio in autunno, il prodotto lordo salirà molto meno della metà rispetto allo 0,8 che il governo ha scritto nel Documento di economia e finanza, avvicinandosi piuttosto a quello 0,2 previsto dalla Confindustria. I prezzi continuano a cadere avviandosi pericolosamente verso una vera deflazione. Così, saltano anche tutti gli altri parametri, a cominciare dal disavanzo pubblico (invece del 2,6 concordato con Bruxelles va oltre il 2,8) mentre il debito/Pil s’avvicina a quota 140, considerata da tutti la soglia del pericolo.

Altro che ripartenza. Dalle speranze della primavera alle delusioni estive, ancor prima dell’autunno si prepara una mossa disperata: la controriforma delle pensioni. Autorevoli protagonisti rivelano a Panorama che sono allo studio quattro misure clamorose. La prima è un taglio agli assegni superiori ai 3 mila euro mensili, ricalcolando l’intera vita lavorativa in funzione dei contributi effettivamente versati per chi è andato in quiescenza con il sistema retributivo (misura che si espone subito a una eccezione di costituzionalità). La seconda è una maggiore elasticità in uscita, stabilendo una soglia di penalizzazione; insomma il modello Madia per i professori rientra dalla finestra ma riferito all’intera platea dei pensionati. Arrivano poi la riduzione delle pensioni di reversibilità (si ipotizza una sola a persona) e l’abolizione dei baby pensionamenti.

C’è bisogno di fare cassa (tra l’altro non si vede nemmeno il miliardo e mezzo previsto dalla lotta all’evasione). Ma la svolta populista ha una logica politica: accarezzare il pelo di quella sinistra che ha messo in difficoltà Renzi sul Senato e sulla riforma elettorale. I sindacati tacciono, perché la loro contropartita è un ritorno surrettizio alla concertazione, come si è già visto nella pubblica amministrazione dove i trasferimenti di personale devono essere tutti concordati. Quanto potrà ricavare il governo non è chiaro, però la spesa per le pensioni tra previdenza e assistenza ammonta a oltre 300 miliardi. Dunque, un bel malloppo. La Ragioneria dello Stato, tuttavia, teme che alla fine i costi supereranno ancora una volta i benefici. Inoltre, se si tocca in modo radicale la legge Fornero, sia l’Ue sia la Bce faranno scattare la luce rossa. Secondo fonti consultate da Panorama, è proprio così.

E più tempo passa senza crescita, più la troika s’avvicina. La stagnazione italiana viene messa a confronto con la ripresa della Spagna e del Portogallo, e da Londra a Francoforte matura la convinzione che solo un intervento congiunto di Ue, Bce e Fmi darebbe la spinta economica che manca al governo di Roma. Segnali di ripresa che si rivelano fuochi fatui, previsioni smentite dall’Istat, scontri su spese ed entrate: come un anno fa con la coppia Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni. Proprio lo spettro della «lettizzazione» comincia ad angosciare Renzi e lo spinge a cercare affannosamente scorciatoie, come quella delle pensioni. Di retromarce, d’altra parte, il gambero Matteo ne ha fatte parecchie.

Dopo aver promesso di estendere il bonus di 80 euro (che peraltro, come aveva previsto Confcommercio, si è rivelato inutile per il rilancio dei consumi) a pensionati, incapienti e lavoratori autonomi, ammette che non sarà possibile, anzi non ci sono le risorse per garantire il taglio sui salari sotto i 25 mila euro nel 2015 e mancano i soldi per coprire il beneficio fino alla fine dell’anno. Senza contare la Tasi. La Cgia di Mestre calcola un importo di 44 miliardi, come nel 2012 quando c’era l’Imu sulla prima casa. Nelle mani dei comuni l’imposta corre già verso le aliquote più alte. L’incertezza sulla stangata locale è una delle ragioni che inducono le famiglie a non spendere, deprimendo domanda interna e crescita. E la spending review? Altro che passo indietro, esce proprio di scena. Carlo Cottarelli non verrà sostituito e si torna ai risparmi affidati ai singoli ministeri, ai tagli lineari e a un aggravio fiscale di 3 miliardi di euro attraverso la riduzione delle deduzioni e detrazioni stabilite nella cosiddetta «clausola di salvaguardia».

Intanto due cose sono certe: allo stato attuale mancano i 4,5 miliardi promessi dal Def per quest’anno e restano nel libro dei sogni i 17 miliardi per il 2015. Non è difficile capire che la guerra aperta a Cottarelli nasconde in realtà l’attacco al fortino di via XX Settembre. La Ragioneria è sul piede di guerra e Renzi la vuole bypassare. Non solo, intende mettere sotto tutela lo stesso ministro dell’Economia circondandolo con i pretoriani, da Yoram Gutgeld a Filippo Taddei, araldo degli 80 euro. Una cabina di regia a Palazzo Chigi, insomma, escamotage per evitare la scelta più dirompente: la defenestrazione di Pier Carlo Padoan dal quale il capo del governo si aspettava più idee e soprattutto più mordente a Berlino e a Bruxelles per ottenere tempo e flessibilità. Che Pcp, come lo chiamano, non faccia parte del Giglio magico è evidente.

Sostenuto da Giorgio Napolitano come garanzia verso la Ue, i dissapori con Renzi sono emersi quasi subito. Il ministro avrebbe preferito ridurre l’Irap non l’Irpef e non ha mai nascosto le sue preoccupazioni: 10 miliardi l’anno sono tanti, soprattutto a fronte di un impatto modesto sui consumi e minimo sul Pil (appena lo 0,1 secondo la Banca d’Italia). Renzi continua a negare che corra cattivo sangue, ma non spende una parola di vero sostegno. Padoan ha le mani legate e, senza l’autorizzazione a sforare il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil, non gli resta che un giro di vite. Si tratta di recuperare 25 miliardi secondo i conti di Renato Brunetta e Stefano Fassina, spesso d’accordo sulla politica economica. Intanto, mancano almeno 3,5 miliardi anche per il 2014

Liquidare il ministro dell’Economia? Al contrario, ci vogliono più Padoan, secondo Diego Della Valle che guida il pattuglione degli imprenditori delusi, da Alessandro Benetton a Luca di Montezemolo o Nerio Alessandri, presentato da Renzi come un modello con la sua Technogym. Per non parlare di Giovanni Bazoli e del Corriere della sera, che ogni giorno tira una bordata. Quanto a Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria, si affida alle analisi di Stefano Folli e agli editoriali assai puntuti del Sole 24 Ore. Tra inesperti e apprendisti, la squadra di governo non ha dato finora grandi prove. Clamorosa la figuraccia di Marianna Madia sulla pensione a quota 96 (somma di età e anzianità di lavoro) per insegnanti e medici e sul pensionamento d’ufficio a 68 anni per docenti universitari, provvedimenti bocciati dalla Ragioneria.

Stefania Giannini, ministro della Pubblica istruzione, ha scontentato tutti con indiscrezioni e annunci. Persino il robusto Giuliano Poletti si fa rinviare a ottobre la riforma del mercato del lavoro, contro la quale Susanna Camusso, segretario della Cgil, presenta ricorso a Bruxelles. Eppure è il provvedimento più importante sul quale sono puntati gli occhi degli investitori, richiesto ben tre anni fa dalla famigerata lettera della Bce, firmata da Draghi e Jean-Claude Trichet. Altro che Senato. Rendere più facili assunzioni e licenziamenti: questo dovevano fare i governi italiani e nessuno c’è riuscito. Se Renzi si rimangia l’unica riforma significativa e cede alle corporazioni, la conclusione è una sola: anche lui è alla frutta. E allora sotto a chi tocca, avanti un altro. Con o (meglio) senza trojka.

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