Lavorare su una nuvola: avanti c’è business

Le nuove piattaforme per lo scambio dei talenti aprono un mercato globale ai liberi professionisti e alle aziende che hanno bisogno di staff

Giovani malesi lavorano ai propri computer in un caffè Starbucks a Kuala Lumpur (Jimin Lai/AFP/Getty Images)

Stefania Medetti

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The Economist  li ha definiti i lavoratori della “nuvola”, l’esercito di freelance dell’economia globale che offre e trova lavoro su un market place digitale rappresentato da siti tipo oDeskElance  e Mbo Partners . Chi li ha fondati, come Gary Swart, ceo di oDesk, ritiene che l’impiego tradizionale non tornerà mai ai livelli pre-crisi e che, in ogni caso, i datori di lavoro non potranno più permettersi di assumere dipendenti. Fabio Rosati, presidente e ceo di Elance, ricorda che fornire lo spazio fisico a un lavoratore può costare fino 10mila dollari a persona all’anno, un importo che si trasforma in grande risparmio quando il talento si può ingaggiare al momento del bisogno. Anche le grandi corporation come Ibm e Yahoo! ricorrono a collaboratori che possono assumere e licenziare al bisogno.  

Daniel Pink, autore del saggio “Free agent nation, the future of working for yourself” l’aveva previsto già nel 2002 e adesso sottolinea come le cause di questo fenomeno si siano amplificate negli ultimi anni: la tecnologia, infatti, ha reso più  disponibili le piattaforme e le infrastrutture per collaborare. La tendenza è frutto anche di un cambio di mentalità più ampio. “Siti come Aibnb.com, – fa notare Sara Lacy, fondatore di PandoDaily.com , che fornisce news della Silicon Valley - hanno dimostrato che si possono trasformare degli asset in fonti di reddito». Amazon.com ci ha messo del suo, aggiunge  ancora Rosati: “Ha insegnato che acquistare online sia una migliore esperienza di un negozio fisico e questa nuova mentalità abbraccia anche il talento, soggetto a una relazione on-demand”. 

Lo scorso anno, il valore del lavoro prodotto da siti come oDesk e elance ha toccato per la prima volta un miliardo di dollari. Nel 2014, è previsto il raddoppio e nel 2018, in base alle previsioni dell’agenzia di consulenza Staffing Industry Analysis, potrebbe arrivare a cinque miliardi di dollari. oDesk, che conta tre milioni di iscritti, fa sapere dei aver prodotto lavoro per 35 milioni di ore (+50% sul 2011) con 1,5 milioni di compiti portati a termine e un giro d’affari di 360 milioni di dollari. Il giro di affari di elance, che conta 2,5 milioni di membri, è cresciuto del 40% nel 2012, superando per la prima volta 200 milioni di dollari. 

Apparentemente, il 40% dei lavoratori americani è freelancer o a tempo determinato. Nel 1989, secondo Accenture, erano il 6%. Nel mondo, si investono 300 miliardi di dollari in lavoratori a tempo. Fra le competenze più richieste figurano project management, traduzioni e copywriting. E non mancano siti “di prossimità” come Taskrabbit  che fornisce persone disposte a fare piccoli lavori come la spesa, portare i vestitti in lavanderia e assemblare i mobili Ikea. Presente in nove città, Taskrabbit sta pensando adesso di sbarcare a Londra. E se gli Stati Uniti sono i primi committenti sui siti di freelance e l’India è il principale fornitore di servizi, il terzo più grande gruppo di freelance che trova lavoro in rete è proprio americano. E’ vero che le tariffe, molte volte, sono particolarmente basse, ma oDesk dichiara che i lavoratori che cominciano accettando compensi contenuti possono arrivare, se lavorano bene, a un incremento orario del 60% nel primo anno e del 190% circa in tre anni. 

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