Lavoro e articolo 18: nulla di nuovo con la riforma Fornero, almeno finora

Il caso di un lavoratore bolognese, licenziato ingiustamente e reintegrato dal giudice nell'organico

Una manifestazione in difesa dell'articolo 18 (Credits:Ansa)

Andrea Telara

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La sentenza del tribunale di Bologna non lascia spazio a dubbi: “riassumete il dipendente, perché il suo licenziamento è ingiusto”. E' quanto i giudici del capoluogo emiliano hanno ordinato alla Atla srl, azienda di lavorazioni meccaniche del gruppo Atti che, alla fine di luglio, ha licenziato in tronco un suo dipendente. Si chiama Piero Catalano ed è “colpevole”,  secondo la Atla, di aver inviato una mail a un collega, con frasi “poco carine” nei confronti della società.

MAIL OFFENSIVA.

“Parlare di pianificazione nel nostro gruppo, è come parlare di psicologia con un maiale: nessuno ha la benché minima idea di cosa significhi”. E' questa, in sostanza, la frase ingiuriosa che Catalano ha scritto nella mail. Apriti cielo. La direzione del personale lo ha subito lasciato a casa, giustificando la propria decisione con motivi disciplinari. I giudici bolognesi, però, in soli 3 mesi hanno dichiarato il licenziamento illegittimo, ordinando il reintegro nell'organico del dipendente, assieme al pagamento degli stipendi arretrati.

BANCO DI PROVA.

Aldilà del caso specifico, la vicenda di Catalano è stata un primo banco di prova per la riforma del lavoro voluta dal ministro del welfare, Elsa Fornero , che ha modificato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, cioè le norme sui licenziamenti individuali. Un dipendente lasciato dall'azienda senza un valido motivo, fino al luglio scorso aveva sempre diritto a tornare al proprio posto. Ora non è più così: l'obbligo di reintegro esiste soltanto se il licenziamento è avvenuto per gravi discriminazioni razziali, sessuali, politiche o sindacali. Se invece la ragione è di tipo economico, il lavoratore ha diritto a percepire soltanto un risarcimento in denaro, tra 12 e 24 mensilità di stipendio. Infine, se il dipendente è stato mandato via dall'azienda per motivi disciplinari, come nel caso del signor Catalano, la decisione spetta al giudice, che può scegliere se imporre il reintegro o la semplice liquidazione di un risarcimento a carico dell'impresa.

TUTTO SULLA RIFORMA DEL LAVORO

La sentenza sul signor Catalano è dunque una sorta di “prova del nove” per la riforma Fornero: molti esperti di diritto erano infatti ansiosi di sapere come si sarebbe comportata la giurisprudenza nella scelta tra riassunzione o indennizzo. Anche perché, è bene ricordarlo, il pronunciamento di ciascun tribunale rappresenta sempre un precedente importante per le sentenze successive della magistratura. Ebbene, ora i primi giudici hanno deciso e, proprio facendo riferimento al nuovo articolo 18 nella versione post-riforma, hanno disposto comunque il reintegro del lavoratore come è sempre avvenuto finora, in casi analoghi.

L'ARTICOLO 18 PRIMA DELLA RIFORMA FORNERO

Dunque, con la nuova legge sul lavoro non è cambiato nulla? A ben guardare, la questione è un po' più complessa: la riforma Fornero, infatti, prevede che un giudice disponga il reintegro del dipendente ogni qualvolta il motivo disciplinare del licenziamento è inesistente, manifestamente infondato oppure rientra tra le lievi insubordinazioni nei confronti dei superiori, punibili con una semplice sanzione, se previsto dai contratti collettivi di lavoro. Nel caso del signor Catalano, la ragione disciplinare del licenziamento era  fondata su un fatto reale (cioè la mail “offensiva” inviata al superiore) che poteva però essere punito con provvedimenti un po' meno duri, come prevede il contratto di lavoro della sua categoria, cioè quello dei metalmeccanici.

LE ALTRE SENTENZE ATTESE.

Nelle prime controversie sui licenziamenti regolate dalla riforma Fornero, i lavoratori si sono dunque aggiudicati il primo round, lasciando a bocca asciutta quelle imprese che pensavano di poter mandare più facilmente a casa i propri dipendenti. A ben guardare, però, per la nuova legge sul welfare sono attese ben altre prove importanti sui banchi dei tribunali. In particolare, bisognerà vedere come si comporteranno i giudici nei confronti di un'altra categoria di licenziamenti: quelli che avvengono per ragioni economiche (e non per motivi disciplinari) e che rappresentano la parte più controversa della riforma. In queste situazioni, il lavoratore non ha mai diritto a essere reintegrato nell'organico, se non in un caso: quando il motivo dello stesso licenziamento è insussistente o manifestamente infondato. Non è dunque escluso che, anche per queste vicende, molti giudici obblighino le imprese a riassumere i dipendenti, come è avvenuto per il caso (seppur diverso) del signor Catalano.

LICENZIATI CON LA RIFORMA FORNERO

Per vedere cosa accadrà, non bisognerà attendere molto tempo. In tutta Italia, dopo l'entrata in vigore della riforma Fornero, si sono già verificate decine di licenziamenti economici. La Cgil ne ha contati 70 soltanto nella provincia di Bologna, imputandoli tutti alla maggiore flessibilità in uscita, introdotta dalla nuova versione dell'articolo 18. Altri casi si sono verificati in una grande azienda delle telecomunicazioni a Roma e in alcune imprese metalmeccaniche, tra il Piemonte e la Lombardia. Anche su queste vicende, i giudici dovranno dire la loro.

LICENZIAMENTI ECONOMICI, ECCO COME FUNZIONANO

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