Lavoro

Tutti i lavori che hanno un futuro e quelli che svaniranno

Una grande indagine esclusiva condotta per Panorama da Roland Berger disegna la mappa dei vincitori e dei perdenti nel prossimo decennio

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Guido Fontanelli

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Consulenti fiscali, agenti trasporto merci, tecnici in scienze agrarie. Ma anche croupier, riparatori di biciclette, archivisti. Se appartenete a una di queste categorie, attenti: nei prossimi dieci anni è probabile che il vostro posto di lavoro svanirà. O, se andrà bene, non vedrete aumenti di stipendio decenti. Se invece siete direttore delle risorse umane, dentista, ingegnere meccanico o psicoterapeuta, la vostra poltrona è al sicuro. E se vostro figlio vi dirà che vuole diventare coreografo, prima di mettervi le mani nei capelli sappiate che potrebbe essere una professione sicura e di successo.

Come facciamo a saperlo? Grazie a un viaggio nel futuro del mondo del lavoro che ha intrapreso la società di consulenza tedesca Roland Berger, una delle più importanti al mondo. Il think tank interno alla società, il Roland Berger Institute, ha condotto un’indagine in Francia e una in Italia (in esclusiva per Panorama) con l’obiettivo di scoprire quali professioni rischiano di essere travolte dalle nuove tecnologie e quali invece sono più al sicuro.

Innovazioni come il web, l’intelligenza artificiale, la disponibilità a poco prezzo di un’immensa mole di dati permettono infatti a poche persone di svolgere più compiti e rendono obsolete funzioni di routine. Così tanti lavori sono destinati a scomparire mentre altri resteranno necessari.

I ricercatori della Roland Berger hanno individuato oltre 600 professioni diverse diffuse in Europa (che non coincidono con le categorie contrattuali italiane) e a ognuna è stata assegnata una percentuale: più alto è questo numero, maggiore è l’impatto negativo che la tecnologia avrà su quel particolare mestiere. "Naturalmente l’impatto dipende dalla velocità con cui ciascun paese adotterà le nuove tecnologie" mette le mani avanti Roberto Crapelli, amministratore delegato della Roland Berger Italia e da oltre 30 anni attivo nella consulenza internazionale. "Le faccio un esempio concreto: già oggi alcune attività che svolge un infermiere in ospedale possono essere affidate a un robot. Ma se il sistema sociale si rifiuta di adottare questa tecnologia, il cambiamento si sposta più avanti nel tempo".

Che cosa emerge dall’indagine? "A grandi linee, avranno un futuro i mestieri legati al tempo libero e alla cura delle persone, e le attività impiegatizie superiori dove si decide e si gestisce" dice Crapelli. "Mentre sono più in pericolo i lavori impiegatizi intermedi, i contabili, i mestieri legati ai trasporti, alla meccanica, al mondo delle costruzioni, grazie al crescente uso di strutture modulari e standardizzate".

La gara tra uomini e hi-tech
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La sintesi di questa analisi è rappresentata qui sopra, con il grafico che mostra, settore per settore, la probabilità di essere più o meno colpiti dall’automazione: per i servizi sociali, per le professioni sanitarie superiori, per l’istruzione, per i programmatori il cambiamento sarà meno brusco; mentre chi svolge funzioni amministrative e contabili e chi lavora nei settori della trasformazione alimentare o nell’agricoltura, soffrirà di più per l’avvento delle nuove tecnologie.

I 10 mestieri in via di estinzione


Tra le sorprese, la probabile scomparsa della manicure, sostituita da una macchina, e la tenuta invece dei mestieri legati allo spettacolo. Resta però un grande dubbio: internet e la digitalizzazione dell’economia distruggono più posti di lavoro di quanti ne creano di nuovi? Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee della Sloan school of management del Mit di Boston sostengono che è così: i due ricercatori hanno scoperto che fino al 2000 nell’economia veniva rispettata la classica regola secondo cui l’aumento di produttività provocato dalle nuove tecnologie produce nuova ricchezza che alimenta a sua volta nuova attività economica e quindi crea occupazione. Ma dal 2000 il meccanismo si è inceppato, almeno negli Stati Uniti: la curva della produttività cresce a ritmi impetuosi, mentre quella dell’occupazione si affloscia e le due linee divergono in modo preoccupante.

Secondo un’analisi di Andrew Cates, economista dell’Ubs, la crescente dematerializzazione dei beni sta riducendo la produzione di oggetti di consumo: "Analizzando i dati sull’economia americana, risulta evidente che, dalla comparsa di internet nella metà degli Anni 90, i volumi di spesa hanno inciso sempre meno sulla produttività. La produzione industriale, del resto, ha subito una contrazione significativa anche nel Regno Unito, sia in termini assoluti che di creazione di beni capitali. La diffusione di device elettronici e tecnologie di consumo ha acuito questo trend".

Crapelli non è così pessimista: "Nella mia esperienza tutte le rivoluzioni tecnologiche hanno aumentato i posti di lavoro. La robotica ha reso inutili gli operai che saldavano i pezzi di un’auto, ma ha fatto aumentare la produzione di veicoli e ha fatto nascere le fabbriche che costruiscono i robot. E se la parte più noiosa di quello che fa un contabile non sarà più necessaria, lui potrà diventare un consulente che ottimizza le spese aziendali. E poi va tenuto conto che in futuro saranno importanti i mestieri ad alto contenuto artigianale: l’Italia qui ha ancora molto da dire".

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