Lavoro

Laureati, perché ne abbiamo così pochi

L’Italia è penultima in Europa per quota di popolazione con titolo di studio universitario. Colpa delle troppe matricole che interrompono gli studi

laureati-Bologna

Andrea Telara

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Penultimi in Europa dopo la Romania. E’ lo sconfortante piazzamento dell’Italia nella classifica continentale del numero di laureati in rapporto al totale della popolazione. Nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni, la quota di nostri connazionali con un titolo di studio universitario è pari al 16,3%, contro il 27,7% della media Ue. 

Vanno un po’ meglio le cose tra le persone di età compresa tra 25 e 34 anni: in questa categoria anagrafica, gli italiani laureati sono il 26,4% del totale, contro però una media continentale del 38,8%. Non esiste nazione europea che possa “vantare” risultati peggiori dei nostri, tranne appunto la Romania. 

Piccoli progressi 

Eppure, negli ultimi decenni il nostro paese ha fatto anche qualche progresso significativo nel miglioramento del grado di istruzione della popolazione. Nel 2000, per esempiogli italiani laureati erano appena l’11,6% del totale, quasi 5 punti in meno rispetto a oggi. Il guaio è che, in quasi 18 anni, il distacco con la media europea non è affatto diminuito. Anzi, a ben guardare il gap è salito dal 10,8 all’11,4%. 

Trovare  una spiegazione per questi numeri non è difficile. Basta dare un’occhiata ai dati dell’Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), che sono aggiornati a qualche anno fa (2015/2016) ma che tracciano un quadro più o meno immutato da decenni. In Italia, secondo le statistiche, c’è ancora un altissimo tasso di giovani che si iscrivono all’Università, senza però completare il loro corso di studi, né quello triennale, né quello specialistico quinquennale. 

Più di un quarto non ce la fa

A tre anni dall’iscrizione, circa un quarto delle matricole (cioè il 25%) decide di lasciare. Dopo quattro anni la quota di abbandoni sale al 30% e dopo 6 anni sfiora il 33%. Quasi un terzo dei giovani italiani, insomma, passa moltissimo tempo sui banchi dell’università senza poi uscirne con un pezzo di carta in mano. 

Ragionando con il senno di poi, si può dunque considerare un fallimento la riforma universitaria approvata in Italia nel 1999 che ha introdotto il sistema del 3 + 2. Al posto delle vecchie lauree quadriennali e quinquennali, fu cioè creato un diploma universitario triennale di base, a cui si aggiunge una formazione specialistica di altri due anni. 

Riforma fallita

Lo scopo di quella riforma era proprio combattere il fenomeno degli abbandoni tra i tanti studenti che, dopo aver sostenuto parecchi esami, non riuscivano a completare l’intero piano di studi. A quasi quattro lustri di distanza, il tasso degli abbandoni universitari è ancora è ancora altissimo e non si schioda dal 30-33%. E così, a causa di questa emorragia di matricole, l’Italia resta agli ultimi posti nel numero dei laureati. 

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