Jobs Act, il lato oscuro della riforma

Per ora non fa ripartire l'occupazione. In compenso permette comportamenti scorretti alle aziende e rischia di pesare più del previsto sui conti pubblici

manifestazione contro il Jobs Act – Credits: Cesare Abbate/Ansa

Stefano Caviglia

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Hanno resistito davvero poco i 79 mila contratti a tempo indeterminato annunciati trionfalmente a fine marzo dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi. L’Istat li ha spazzati via dopo meno di una settimana, certificando che in Italia non è in atto alcuna creazione di nuovi posti di lavoro. Tant’è che a febbraio gli occupati sono addirittura scesi di 44 mila unità rispetto al mese precedente, con numeri negativi soprattutto per giovani e donne che continuano a contendersi il ruolo di "cenerentola" del nostro mercato del lavoro.

La distanza fra gli annunci e la situazione sul campo si spiega nella migliore delle ipotesi con un equivoco lessicale, nel senso che il premier ha parlato genericamente di "contratti" mentre l’Istituto di statistica li ha definiti, con un po’ più di precisione, "transizioni dal tempo determinato e altri tipi di contratti", cioè si tratta degli stessi occupati che passano da una forma contrattuale all’altra. In alcuni settori, poi, si intravede anche qualcosa di peggio: lavoratori già a tempo indeterminato che rischiano di perdere il posto perché penalizzati dal rapporto fra vecchie e nuove regole. Comincia a farsi sentire l’effetto congiunto delle due leggi sul lavoro approvate negli ultimi mesi dal Parlamento (gli sgravi fiscali e contributivi della legge di Stabilità, a fine dicembre, e il nuovo contratto a tutele crescenti del Jobs Act, il 7 marzo), vero invito a nozze per chi voglia rimpiazzare i vecchi dipendenti con altri più a buon mercato. La ciliegina sulla torta è che tutto questo potrebbe esplodere come una bomba sui conti pubblici. Pare, infatti, che il naturale entusiasmo degli imprenditori per questo tipo di misure sia stato sottovalutato dal governo.

Nella Legge di stabilità si prevedeva l’utilizzo delle agevolazioni per circa un milione di lavoratori, con un costo per lo Stato di 1,9 miliardi nel 2015 e di altri 5 miliardi fra il 2016 e il 2017. Ma già a fine 2014, nella sua relazione annuale, il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, ipotizzò che il numero dei nuovi assunti fosse sottostimato per circa 400 milioni di euro nel 2015 e per oltre 1 miliardo nel 2016 e nel 2017. Oggi, dopo l’approvazione del Jobs act, che rende le assunzioni ancora più convenienti, è considerato probabile uno sforamento più sostanzioso, come già nei prossimi giorni l’Inps e la Ragioneria dello Stato potrebbero far presente al governo. La Fondazione dei consulenti del Lavoro ha già parlato di un costo aggiuntivo per lo Stato di quasi 3 miliardi per il solo 2015.

Non è peregrina l’ipotesi che, proprio rifacendo i conti, il governo abbia deciso di accelerare sulla riduzione della spesa: fino a pochi giorni fa i 10 miliardi di euro di tagli erano solo un’opzione, mentre ora sono diventati un imperativo categorico. Nessuno può sapere, naturalmente, quanti approfitteranno degli sgravi nei prossimi mesi e anni, però non è difficile capire quanto sia più conveniente un’assunzione con le nuove regole rispetto alle vecchie. Uno studio della Uil ha calcolato il risparmio per un’azienda che volesse assumere oggi con gli sgravi per poi licenziare quando questi saranno aboliti, pagando l’indennizzo del contratto a tutele crescenti: nell’arco di tre anni si può arrivare a 15 mila euro. "Per questo" dice il segretario confederale della Uil Guglielmo Loy "abbiamo chiesto al governo di prevedere che in caso di licenziamento illegittimo il lavoratore riceva, oltre alle quattro mensilità minime previste dalla legge, anche gli sgravi contributivi e fiscali percepiti dall’azienda. Non ci hanno neppure risposto".

Davvero siamo alla vigilia di una grande corsa agli incentivi? Se lo chiedono anzitutto lavoratori e sindacalisti dei settori a forte intensità di mano d’opera, in particolare quelli le cui aziende utilizzano personale fornito da cooperative. È emblematico il caso della Icr di Lodi, importante azienda del settore cosmetico, che da anni utilizza 180 lavoratori dipendenti di due cooperative. A fine 2014 ha convocato in fretta i sindacati per concordarne l’assunzione. I diretti interessati, però, hanno dovuto prima dimettersi e fare un periodo di lavoro interinale con un’agenzia per il lavoro da cui, nel prossimo agosto, usciranno "come nuovi" (ossia come lavoratori a tempo determinato) per poter usufruire degli incentivi fiscali. "E in tutti i casi" protesta Mario Bailo della Uil di Lodi "senza neppure riconoscere l’anzianità maturata lavorando in cooperativa, ma per la medesima azienda".

Condizione che proprio la Uil non ha voluto accettare, provocando la stranezza di un accordo firmato solo da Cgil e Cisl. Un discorso a parte meritano i call center, dove le nuove regole del lavoro stanno causando un vero terremoto, mettendo fuori mercato le aziende (compresi i big del settore) che hanno personale contrattualizzato in base alle vecchie regole. "Commesse importanti come quelle bandite dai comuni di Roma e Milano, Poste Italiane, Fastweb" spiega il sindacalista della Cgil Michele Azzola "stanno passando di mano. E le aziende che perdono i contratti mettono i dipendenti in mobilità, oppure li tengono solo a patto di un peggioramento delle retribuzioni, perché altrimenti non reggono la concorrenza dei nuovi. Può essere normale una situazione del genere?". Prima di rispondere, va anche ricordato che il tutto avviene a spese del contribuente che paga tanto gli incentivi dei nuovi assunti quanto gli ammortizzatori sociali degli eventuali licenziati.

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