Landini, ma lei è renziano?

Sul bonus da 80 euro, sull’articolo 18, sulle rendite finanziarie il segretario della Fiom è d’accordo con Renzi. Ma in questa intervista il sindacalista  non ci sta: è il premier che deve diventare landiniano

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Marco Cobianchi

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Maurizio Landini è nato il 7 agosto (di 53 anni fa), lo stesso giorno di Charlize Theron. Ma, a differenza della star sudafricana, nessuna delle persone che erano intorno alla sua torta guadagna più di 2 mila euro al mese. E sono le stesse persone con le quali ha passato il Ferragosto, il momento peggiore per fargli notare la strana sintonia tra lui, il sindacalista più di sinistra d’Italia, e Matteo Renzi, che definire di sinistra è quantomeno impreciso.

Dottor Landini, non per rovinarle la giornata, ma vorrei dimostrarle che lei è renziano.
Sarà dura...
Matteo Renzi ha detto: «Non si cresce tagliando i salari».
Anzi, aumentandoli.
Quindi gli 80 euro sono stati una buona idea?
Adesso sono da estendere a tutti.
Renzi ha detto: «L’articolo 18 è un totem di cui non vale la pena parlare».
L’articolo 18 tutela una parte minima di lavoratori ed è già stato svuotato dalla riforma Fornero.
Renzi ha detto che bisogna riscrivere lo Statuto dei lavoratori pensando alla ragazza precaria che non può rimanere incinta perché sennò perde il lavoro.
Ovvio. Il secondo passo è pagarla di più, quella ragazza.
Ha detto che i tagli li decide la politica.
Ovvio anche questo.
Renzi ha aumentato le tasse sulle rendite finanziarie.
È buon senso, ma è solo l’inizio perché il vero problema è la libera circolazione dei capitali.
Le tasse vanno abbassate?
Sì, a partire da chi le ha sempre pagate: dipendenti e pensionati.
Ma dipendenti e pensionati non creano lavoro.
Il lavoro si crea redistribuendo quello che c’è. L’accordo della Electrolux è emblematico: ora invece di 8 ore se ne lavorano 6, nessuno è stato licenziato e l’azienda paga meno contributi previdenziali. Questo significa redistribuire.
Il sindacato non ha mai fatto errori?
Me ne dica uno.
La Fiat di Pomigliano. Lei era contrario al referendum che era decisivo per le sorti dell’impianto: se avessero vinto i no alle modifiche al contratto Marchionne l’avrebbe chiuso.
Quel referendum era illegittimo perché frutto del ricatto. Lei come risponderebbe a uno che le dice: o sì o chiudo?
Voterei sì.
Allora è ricattato.
No, l’imprenditore è libero di investire dove vuole.
Ma non diciamo cazzate!
Ah no?
Certo che no! L’imprenditore non può fare quel che vuole.
E glielo dice lei che cosa deve fare?
Uè, che gli imprenditori abbiano delle responsabilità sociali lo dice la Costituzione! Eppoi, guardi, per 4 o 5 anni i rapporti con Marchionne sono stati normalissimi.
Sì, se lo ricorda Fassino che definiva Marchionne «il borghese buono»?
Cavolate le dicono in tanti. Poi è successo qualcosa e ha iniziato ad attaccarci.
 Se Marchionne vendesse la Fiat alla Volkswagen?
L’importante è il piano industriale. Il fatto è che la Fiat sta andando via dall’Italia e il prodotto non c’è, gli investimenti non ci sono e la gente è in cassa integrazione.
E come fa a costringerlo a rimanere?
Renzi deve fare come Obama: chiamare Marchionne e cominciare a ragionare del  piano industriale per i prossimi 20 anni. È finito il tempo delle chiacchiere. Bisogna prendere i soldi dove ci sono.
Ma lei dove li vede tutti questi soldi da andare a prendere?
Ci sono... ci sono.
No, non ci sono.
Sì, ci sono: il nuovo capo dell’Agenzia delle Entrate ha detto che è arrivato il momento di combattere la grande evasione. È la strada giusta.
A proposito di errori, le pensioni erogate con il sistema retributivo sono  state una vostra invenzione e hanno creato le pensioni d’oro che non si riescono a tagliare.
Calma: dopo che uno ha lavorato per 35 anni facendo un lavoro fisico ha diritto a una pensione dignitosa più di uno che ha sempre fatto lavoro d’ufficio. Sono due tipi di impegni diversi.
Vero, ma le pensioni d’oro le hanno i burocrati di Stato, non gli operai.
Appunto, vede che mi dà ragione?
No, sto dicendo che i privilegi dei dipendenti pubblici li avete difesi voi.
Chi, io?
No, dico voi del sindacato.
Io rispondo di quello che ho fatto io.
A ottobre ha annunciato una grande manifestazione. Ma contro chi?
Non sarà una manifestazione contro qualcuno, ma per sostenere le nostre proposte sul lavoro, su come difendere i diritti, su come promuovere gli investimenti.
Quindi non contro Renzi.
Il problema italiano è la criminalità, è l’evasione.
Sì, ma la disoccupazione al 12,3 per cento e quella giovanile al 43... lei ha scioperato per molto meno...
... noi abbiamo scioperato contro Berlusconi, contro Monti, contro Letta...
... appunto, e Renzi se la cava con un corteo «per sostenere le nostre proposte». Lei è renziano, non ci sono dubbi.
Sarà una manifestazione con modalità innovative e creative che però non le anticipo. Dico solo che «oltre lo sciopero c’è di più».
Renzi aveva detto che il Jobs Act lo avrebbe scritto insieme a lei.
Eh... certo... lo disse da segretario del Pd, adesso sta facendo cose un po’ diverse. La sento preoccupato, eppure il ministro del welfare, Giuliano Poletti, viene dalla Lega delle Cooperative, mica da Confindustria.
Rappresenta sempre la parte padronale.
Renzi ha detto che in autunno si riparte «con il botto».
Si riparte con 650 licenziamenti a Terni, con il problema della siderurgia da Piombino all’Ilva, con il caso Fiat. Non si partirà con il botto, al massimo con una botta. 

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