Lavoro

Jobs Act, così Di Maio vuole cambiarlo

Il neo ministro del lavoro promette di correggere l’ultima riforma del welfare. Ma, in realtà, si riferisce ad altre misure precedenti

Di-maio

Andrea Telara

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Correggere o abolire il Jobs Act? Ascoltando le ultime dichiarazioni di Luigi Di Maio, leader del Movimento 5Stelle e neo-ministro del welfare del governo Conte, non si comprendono ancora chiaramente le sue reali intenzioni. In campagna elettorale, il leader pentastellato ha detto più volte di voler fare carta straccia dell’ultima riforma del lavoro del governo Renzi (il Jobs Act, appunto) che a suo dire è colpevole di avere creato un esercito di precari.

Di Maio lo ha ribadito di recente pure in un comizio a Catania, dove è in corso la campagna per il rinnovo del consiglio Comunale. In altre occasioni meno elettorali, però, lo stesso neo-ministro ha parlato di una correzione del Jobs Act, che ovviamente è cosa ben diversa rispetto a una sua cancellazione tout court. E in effetti, nel contratto di governo firmato da Lega e 5Stelle, alla revisione dell’ultima riforma del lavoro viene fatto un riferimento un po’ generico, senza specificare nel dettaglio come verrà attuata.

Il decreto Poletti

Nelle ultime ore, sono circolate alcune ipotesi che diventano via via più concrete e che sono ben lungi dall’essere una rottamazione del Jobs Act. Il governo sembra infatti intenzionato a mettere alcuni vincoli sui contratti di assunzione a tempo determinato reintroducendo la cosiddetta causale, in vigore fino al 2014.

Oggi, grazie a una legge approvata piu’ di 4 anni fa dal governo Renzi (il Decreto Poletti), per 36mesi di fila un imprenditore può assumere un dipendente con un contratto a termine senza dover giustificarne la ragione. Non deve cioè specificare nel contratto il motivo per cui ha utilizzato un inquadramento precario anziché uno stabile.

Questa libertà è frutto proprio della deregulation attuata dal Decreto Poletti, che ha eliminato le norme precedenti (la Legge Fornero del 2012) che stabilivano invece l’obbligo di indicare la causale del contratto a termine, dal 12esimo mese successivo all’assunzione. E’ stata indubbiamente una liberalizzazione che ha favorito l’utilizzo dei contratti a tempo determinato che oggi, in tutta Italia, sono più di 2,9 milioni e hanno raggiunto il loro record storico.

Che c’entra il Jobs Act

Fatta questa premessa, c’è un particolare importante da sottolineare: il Decreto Poletti del 2014, benché sia stato approvato dal governo Renzi, è altra cosa rispetto al Jobs Act, il quale è una riforma ben più ampia che ha creato nuovi sussidi alla disoccupazione e nuove regole sui licenziamenti, con l’introduzione del contratto a tutele crescenti senza le protezioni dell’articolo 18, quella norma dello Statuto dei Lavoratori che impone alle aziende di riassumere un dipendente lasciato a casa, quando il licenziamento viene dichiarato illegittimo dal giudice.


Se dunque Di Maio si limiterà a cambiare il Decreto Poletti, avrà attuato soltanto una misura di piccolo cabotaggio e non certo una rottamazione del Jobs Act. Anche perché, come ha fatto notare il giuslavorista Pietro Ichino, nel contratto di governo Lega-5Stelle non si parla affatto di misure come la reintroduzione dell’articolo 18, che invece è stata promessa più volte da Di Maio in campagna elettorale. Il tempo dirà se si trattava solo di promesse.

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