Il welfare dei millennials, più benessere e meno voucher

Un’indagine condotta su 3.200 dipendenti rivela come siano cambiati bisogni e desideri dei lavoratori under 35

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a cura di LABITALIA/ADNKRONOS

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Più benessere e meno voucher, più conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro e meno rimborsi in busta paga. È questo il messaggio che emerge dall'analisi 'Indagine per i bisogni degli under35' condotta da Jointly-Il welfare condiviso su un campione di circa 3.200 dipendenti di oltre 10 aziende (tra cui Acli Milano, Banca Etica, Coopservice, Discovery, Etica sgr, Ferrovie dello Stato, Invitalia).

La percezione dei lavoratori millennials riguardo il welfare appare significativamente mutata, così come i loro bisogni: cresce, infatti, la necessità di star bene "dentro e fuori" il luogo di lavoro. Inoltre, i millennials attribuiscono più importanza alle iniziative con forte dimensione sociale e valoriale, a scapito di quelle che portano a un mero vantaggio economico individuale.

Gli under 35 sono più interessati e propensi all’utilizzo delle iniziative di welfare rispetto ai colleghi di altre fasce d’età. Sono attivi fruitori dei servizi welfare messi a disposizione dall’azienda: più del 50% del campione utilizza almeno 2 iniziative. Inoltre welfare non è sinonimo di voucher e convenzioni, ma viene associato al "work-life balance": più tempo di qualità da dedicare a sé, alla propria crescita e formazione personale, al proprio benessere psico-fisico e relazionale.

Emblematico, in questo senso, è il caso dell’utilizzo di convenzioni a disposizione nel piano welfare: se da un lato, infatti, gran parte degli interpellati le utilizzerebbe (quasi il 75%), il valore che attribuisce risulta basso (3 su 10). Questa diversa percezione che si sta diffondendo tra le nuove generazioni fa sì che le aziende debbano rivedere i propri piani di welfare, come sottolinea Francesca Rizzi, Ceo di Jointly-Il welfare condiviso: “La mutata percezione da parte dei giovani del welfare aziendale è un dato di fatto di cui le aziende devono tener conto".

"La società moderna è caratterizzata da una fluidità tra vita privata e lavoro mai vista prima che comporta, per le aziende e gli operatori del settore, la necessità di prevedere sempre più iniziative volte al benessere e alla crescita della persona, non solo nella dimensione lavorativa, ma sempre più in quella personale e di conciliazione vita-lavoro. Questo rende sempre più evidente il limite delle soluzioni preconfezionate e uguali per tutti, fatte di meri rimborsi e convenzioni. Solo chi ascolterà i bisogni dei propri dipendenti, e costruirà per loro nuove iniziative coinvolgendoli nella progettazione, sarà in grado di soddisfarli e vedrà aumentare il senso di appartenenza e la possibilità di ridurne il turn over”, conclude Rizzi.

Claudia Manzi, professoressa associata di Psicologia Sociale all'Università Cattolica di Milano, che ha curato la ricerca, dichiara: “Emerge una associazione positiva tra l'identificazione che i dipendenti under 35 hanno con l'azienda per cui lavorano e l'utilizzo e la soddisfazione per il piano welfare offerto dall'azienda. Il dato è particolarmente rilevante perché le ricerche in ambito internazionale hanno evidenziato un minore coinvolgimento personale e identitario per le realtà organizzative dove sono collocati. Il welfare aziendale quindi, se ben pianificato, può essere una risorsa particolarmente efficace per creare un legame fecondo tra azienda e dipendenti”.

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