Lavoro

Il braccialetto di Amazon e il Jobs Act, perché è una polemica assurda

Da giorni la politica discute del dispositivo creato dall’azienda americana. Ma è solo un brevetto e ha poco a che fare con la riforma del lavoro

Amazon-India

Andrea Telara

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“ In Italia non ci sarà mai”. Parola del Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che nei giorni scorsi ha deciso di dire anche lui la sua sull’ormai famigerato braccialetto di Amazon, la nota multinazionale del commercio elettronico che ha brevettato un dispositivo ultra innovativo per rendere più efficienti i suoi processi produttivi. Si tratta di un bracciale elettronico che i magazzinieri indossano durante i turni di lavoro ie che, a quanto pare, manda loro un segnale elettronico quando fanno qualche errore mentre prendono la merce dagli scaffali.

Polemiche elettorali

Da giorni la politica italiana, assorbita dalla campagna per le prossime elezioni del 4marzo, dibatte sugli effetti del bracciale di Amazon e ci sono leader nazionali come Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle o Pietro Grasso di Liberi e Uguali che hanno puntato il dito contro il Jobs Act, la riforma del lavoro approvata nel 2015 dal governo Renzi. Di elementi per dar vita a una polemica elettorale ce ne sono infatti più d’uno.

Jobs Act nel mirino  

Amazon è una multinazionale straniera che negli ultimi mesi e anni ha avuto dei rapporti non proprio idilliaci con i suoi dipendenti, non soltanto in Italia ma anche in altri paesi europei e nella madrepatria Stati Uniti. Inoltre, i controlli a distanza dei dipendenti sono tra le materie che hanno subito un po’ di cambiamenti proprio con l’entrata in vigore del Jobs Act. Nello specifico, Grasso e Di Maio accusano l’ultima riforma del lavoro di aver agevolato i controlli a distanza dei dipendenti, prima vietati, attraverso dispositivi come il bracciale  di Amazon che potrebbe essere usato dall'azienda per fare lo "spione" e controllare i lavoratori come fossero detenuti in libertà vigilata.

Stringi stringi, però, è assai difficile tirar fuori un po’ di succo dalle polemiche di questi giorni, che appaiono quanto mai assurde o surreali, sostanzialmente per due ragioni. Innanzitutto, non va dimenticato che il famigerato bracciale di Amazon è soltanto un dispositivo brevettato e finora mai applicato. Nessun lavoratore lo porta al braccio, almeno in Italia. In secondo luogo, a ben guardare, il Jobs Act non ha liberalizzato i controlli a distanza dei dipendenti e non permette alle aziende di spiare impunemente i lavoratori, come una sorta di Grande Fratello.

Più semplicemente, il Jobs Act ha aggiornato una norma contenuta nello Statuto dei Lavoratori del 1970, scritta quando non esistevano né i computer né gli smartphone o i palmari. Fino al 2015, la legge stabiliva il divieto per un’impresa di inserire dei sistemi di controllo a distanza sui propri dipendenti, a meno che non avesse prima firmato un apposito accordo con i sindacati.

Cosa stabilisce la legge

Il Jobs Act ha reso più flessibile la norma stabilendo la possibilità di creare dei controlli a distanza sugli strumenti assegnati al dipendente per esigenze tecnico-produttive, ad esempio sui personal computer aziendali o sui telefoni cellulari, anche senza aver prima firmato un apposito accordo con i sindacati. Nello stesso tempo, però, sono stabilite tutele ben precise a favore del dipendente, che deve innanzitutto essere sempre informato dell'esistenza di questi sistemi di controllo.

Lo spionaggio resta dunque assolutamente vietato e i tanto discussi sistemi di controllo, secondo le regole del Jobs Act, possono essere installati esclusivamente sugli strumenti tecnologici aziendali, mai sul computer o sul telefonino personale del lavoratore. Infine, particolare non da poco, qualunque attività di verifica da parte dell’azienda non può mai contrastare con le norme sulla privacy. Ecco perché la polemica degli ultimi giorni sul braccialetto di Amazon avrebbe ben poca cittadinanza sui media, se non fossimo in campagna elettorale.

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