Lavoro

Giovani e lavoro: perché i più benestanti sono i più frustrati

Se per alcuni giovani conciliare ambizioni e tempo libero non è facile, altri si auto-escludono perché poco qualificati e motivati

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Il super lavoro in Giappone ha causato nel 2015 ben 2.310 morti – Credits: FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images

"Il paradosso del tempo libero", è così che il quotidiano americano The Atlantic ha definito la strana tendenza che vede i giovani ricchi lavorare sempre di più, pur avendo i mezzi per godersi la vita, e i giovani meno benestanti lavorare sempre di meno, a prescindere dal fatto che abbiano o meno la possibilità di impegnarsi per un numero maggiore di ore al fine di costruirsi un futuro migliore.

Il futuro secondo John Maynard Keynes
Ultimamente si parla spesso di un saggio pubblicato negli anni '30 dal famoso economista inglese John Maynard Keynes e dedicato ai suoi futuri nipoti. In questo articolo, intitolato "Le prospettive economiche per i nostri nipoti" (titolo originale: Economic Possibility of Our Grandchildren), Keynes immagina una settimana lavorativa di massimo 15 ore e ipotizza che tra le più grandi difficoltà di un futuro nemmeno troppo remoto ci sarebbe stata quella di riempire il tempo libero in un'epoca di grande abbondanza.

I ritmi di lavoro di oggi
E invece Keynes si è sbagliato, perché oggi i rampolli di buona famiglia lavorano sempre di più. E lo stesso si può dire per i ragazzi che provengono da famiglie benestanti, visto che crescono convinti che l'unico modo per avere successo (e soldi) sia quello di impegnarsi al massimo nel lavoro, lasciandosi travolgere da ritmi asfissianti e dalla necessità di rimanere a disposizione dei propri superiori 24 ore su 24.

E tutti gli altri, invece, cosa fanno? Secondo Erik Hurst, un economista dell'Università di Chicago, passano gran parte della loro giornata davanti ai videogiochi. Secondo Hurst i dati sarebbero molto preoccupanti. Le ultime statistiche parlano, per gli Stati Uniti, di un 22 per cento di giovani di età compresa tra i 21 e i 30 anni senza un diploma di scuola superiore che non ha lavorato nemmeno un giorno nei 12 mesi precedenti all'indagine effettuata. Eppure, i ventenni poco qualificati sono sempre stati una delle fette di popolazione più attive in America.

Quindi cosa è successo? Si sono stancati. Non hanno più voglia di fare nulla. Né di studiare, né di crearsi un futuro migliore, né di costruirsi una famiglia. L'unico oggetto cui sembrano essere interessati è il loro smartphone, da dove chattano e giocano. Per giornate intere.

Stanchezza o mancanza di motivazione?

Sulle pagine di The Atlantic Erik Hurst parla di stanchezza, ma in realtà studi molto più equilibrati del suo spiegano come il problema delle nuove generazioni sia legato a una manzanza di motivazione dovuta alla percezione diffusa di non poter ottenere quello che si desidera. Da qui la scelta, quando ci si può permettere di continuare a vivere in famiglia, di abbandonare il mondo del lavoro.

Secondo la ricercatrice danese Noemi Katznelson, però, è sbagliato puntare il dito contro i giovani accusandoli di non essere capaci di trovare la forza per mettersi in gioco su un mercato del lavoro sempre più competitivo. La studiosa danese spiega infatti come il concetto di motivazione non sia affatto un qualcosa di personale, ma dipenda dalle relazioni che l'individuo è in grado di costruire nel contesto in cui vive e interagisce. Successo, relazioni sociali, opportunità, sono tutti elementi esterni necessari a mantenere alto il livello di motivazione personale. E quando non ci sono mettono in crisi l'identità del lavoratore inducendolo ad auto-marginalizzarsi.

Formazione, lavoro e capacità acquisite

Se la motivazione è un lato del problema, l'altro è sicuramente l'istruzione. E non tanto intesa come numero di anni scolastici, quanto come capacità, o skills, per dirla all'americana, che permette di acquisire. Un rapporto recentemente pubblicato da Deloitte spiega come nell'arco dei prossimi dieci anni il settore manifatturiero americano si troverà con tre milioni e mezzo di posti di lavoro da coprire ma che ben due milioni di questi posti vacanti rimarranno senza candidati validi. Il motivo? L'impossibilità di trovare personale adeguatamente qualificato. E visto che non stiamo parlando di lavori di nicchia, se in un mondo in cui la disoccupazione, soprattutto giovanile, è ancora molto alta, non si riescono a coprire posizioni base deve esserci evidentemente un problema. Deloitte l'ha individuato in un sistema formativo che ormai non funziona più.

Secondo le statistiche dell'OCSE la percentuale di giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni che non studia e non lavora sta rapidamente aumentando. Ma secondo gli esperti dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico i telefonini non sono la causa ma la conseguenza di questo sempre più profondo disinteresse per il mondo del lavoro. I giovani perdono motivazione in un contesto che non li valorizza e che non riesce a insegnare loro abilità realmente spendibili nel mondo del lavoro, e così si isolano. Anche grazie alle nuove tecnologie.

I lati negativi della rivoluzione tecnologica
La rivoluzione tecnologica sembra però essere anche alla base delle giornate di lavoro sempre più intense delle classi più agiate. Il fatto di essere costantemente reperibili associata a un livello di competitività che non ha precedenti rende qualsiasi tipo di pausa o battuta d'arresto impossibile: chi vuole ottenere di più, deve anche impegnarsi di più. Difficile capire come visto che le giornate hanno 24 ore per tutti, ed essere disponibili e attivi più di 24 ore al giorno non è facile... Questa attitudine, però, spiega anche i livelli crescenti di frustrazione, depressione, insoddisfazione, incapacità di godersi ciò che si ha che caratterizzano le giovani generazioni.

Lavoro e felicità
Quando Hurst ha chiesto hai giovani che ha intervistato per la sua ricerca fino a che punto potevano definirsi soddisfatti e contenti sono stati i ragazzi che fanno più fatica a sbarcare il lunario a mostrarsi più positivi. Eppure, i più in difficoltà sono comunque loro. E continueranno ad esserlo fino a quando, sottolinea Deloitte, i governi non si decideranno a riformare profondamente i sistemi di formazione nazionali rendendoli più stimolanti, efficaci e inclusivi.

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