riforma-pensioni
Lavoro

Età della pensione, così crescerà nei prossimi anni

Nel 2025 i lavoratori potranno mettersi a riposo a 67 anni e 9 mesi o con 44 anni di servizio. A meno che il governo non alleggerisca le regole

A riposo a 67 anni e 9 mesi o con 44 anni di contributi. Ecco lo scenario che nel 2025 attende i lavoratori italiani, a meno che il governo non intervenga a rendere un po’ più morbido il meccanismo automatico che oggi lega l’età del pensionamento e le aspettative di vita della popolazione.

La materia è stata oggetto di trattative tra l'esecutivo e i sindacati che nelle ultime settimane, fatta eccezione per la Cgil, hannpo posto le basi di un’intesa per cambiare un po’ questo sistema, instaurato per legge a partire dal 2005 (con la riforma Maroni) e poi confermato con diversi provvedimenti negli anni successivi. 

Nello specifico, le attuali regole previdenziali prevedono che l’età della pensione si muova di pari passo con le aspettative di vita della popolazione, che vengono misurate periodicamente dall’Istat e che fortunatamente crescono da diversi anni grazie ai progressi della medicina (anche se c’è stata una piccola e temporanea inversione di tendenza tra il 2014 e il 2015).

Sopra i 67 anni o i 43 anni di carriera

Proprio a causa di questo sistema, nel 2019 l’età della pensione di vecchiaia salirà a 67 anni(dagli attuali 66 anni e 7 mesi). La soglia della pensione anticipata (che matura una volta raggiunta un determinata quantità di contributi indipendentemente dall’età) salirà invece sopra i 43 anni per gli uomini e sopra i 42 anni per le donne, con un innalzamento di 5 mesi rispetto a oggi. 

Si salveranno da questo giro di vite solo 15 categorie lavorative che svolgono mansioni particolarmente gravose. Nel confronto con i  sindacati, il governo si è però impegnato ad allentare un po’ questo legame, introducendo un sistema meno rigido. 

Sistema rigido

Nello specifico, la revisione dell’età pensionabile avverrà ogni due anni sulla base della media delle aspettative di vita del biennio precedente e non più del triennio passato. Inoltre, verrà tenuto conto di eventuali riduzioni delle speranze di sopravvivenza della popolazione, come quella che si è verificata tra il 2014 e il 2015. 

Con il sistema attuale è previsto infatti che, se le aspettative di vita della popolazione scendono invece di salire, l’età della pensione resta comunque invariata al livello fissato in precedenza. Non c’è dunque una diminuzione della soglia di uscita dal lavoro (come invece sarebbe logico che vi fosse). 

Nuovo sistema 

Il governo si è ora impegnato a cambiare quest’ultima regola stabilendo che, qualora la popolazione italiana diventasse un po’ meno longeva (come è accaduto appunto tra il 2014 e il 2015), la riduzione delle speranze di vita inciderà comunque sull’età della pensione, poiché verrà sottratta dagli eventuali  aumenti dell’età pensionabile degli anni successivi. 

Si tratta di un sistema un po’ complicato che, in qualche modo, riesce ad ammorbidire un meccanismo giudicato dai sindacati troppo penalizzante per i lavoratori. In ogni caso, si tratta una misura che non spezza affatto il legame esistente tra l’età della pensione e l’invecchiamento della popolazione, un principio che è un pilastro di tuttte le ultime riforme previdenziali. 

Secondo le proiezioni demografiche elaborate nel 2016 dall’Istat, nel prossimo decennio gli italiani diventeranno probabilmente ancora più longevi di oggi. E lo scenario che li attende è più o meno quello già disegnato in precedenza: tutti in pensione a 67 anni e 9 mesi di età o dopo aver superato i 44 anni di carriera, indipendentemente dall’anagrafe.

Per saperne di più: 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Pensioni, cosa cambia dal 2018

A riposo a 67 anni, nuovo sistema per legare l’età del ritiro dal lavoro alle speranze di vita. Le novità del prossimo biennio sulla previdenza

Commenti