Disoccupazione e occupazione: perché aumentano di pari passo

Nei paesi ricchi, i nuovi lavori sono molti, ma di basso livello e nessuno li vuole

(Credits: Jeff Fusco/Getty Images)

Claudia Astarita

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Crescita, occupazione, lavoro, salari: sono questi i temi di cui si discute di più. Soprattutto da quando ci siamo resi conto che la crisi economica esplosa nel 2008 sarebbe durata molto, troppo a lungo. Viviamo tutti in balia di stime e previsioni relative a come e quando questa brutta parentesi potrà finalmente cominciare a chiudersi, tiriamo un sospiro di sollievo quando leggiamo che questa o quella economia, in via di sviluppo o no non importa, ha ripreso a crescere o, ancora meglio, ha ricominciato a creare lavoro. L'idea che il mercato globale possa ripartire grazie a qualche spinta, anche debolissima, proveniente da Oriente o da Occidente, ci è sufficiente per recuperare un po' di serenità. Come se, in questo momento, valutare se i miglioramenti siano effettivamente positivi e sostenibili non ci interessasse. Come se la nostra priorità fosse il cambiamento, di qualsiasi tipo o entità.

Qualche giorno fa, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista, l'ultimo rapporto sulla qualità del lavoro pubblicato dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ci ha riportati alla nostra triste realtà. Spiegandoci che il tasso di occupazione tornerà ai livelli pre-crisi nelle economie emergenti non prima del 2015, mentre quelle avanzate dovranno attendere fino al 2017. Ma quel che è peggio è che gli esperti dell'Ilo ritengono che anche quando saranno passati questi quattro anni e le percentuali relative al lavoro torneranno ad essere in linea con quelle del 2007 e del 2008, continueranno ad esserci molti disoccupati in più rispetto ad allora. E già nel 2015 aumenteranno del 4%, raggiungendo quota 208 milioni.

Come è possibile che tasso di occupazione e numero di disoccupati aumentino contemporaneamente? Perché la qualità del lavoro sta drasticamente calando. La ricerca dell'Ilo ha messo a fuoco quanto quest'ultima sia variata negli ultimi anni, scoprendo che in tanti paesi quando si sottolineano gli ultimi successi ottenuti sul piano dell'occupazione, spesso si finge di non vedere che alla base di questi ultimi vi sia un significativo downgrade qualitativo, in un settore in cui la qualità è misurata attraverso la media dei salari, i benefit ricevuti e il numero di ore lavorate.

Tra gli emergenti che stanno creando opportunità di impiego qualitativamente migliori troviamo, inaspettatamente, Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay e Perù. I meno virtuosi sono invece India, Messico, Nicaragua e Ucraina. Tra i paesi in via di sviluppo maglia nera a Grecia, Estonia e Uruguay e complimenti a Corea del Sud, Polonia e Norvegia. Tutti gli altri si trovano in una posizione intermedia ben poco incoraggiante.

Cosa dovremmo concludere da questi dati? Tre cose: anzitutto che anche tanti emergenti stanno ricominciando a crescere "male", perché per quanto per loro sarebbe molto più facile, in virtù della loro condizione di partenza, offrire alla propria forza lavoro impieghi qualitativamente migliori, non riescono a farlo. In secondo luogo, che l'esplosione di precariato e mini-lavori che ha colpito l'Occidente si rivelerà molto negativa, soprattutto in un'ottica di lungo periodo, ma già nel breve è alla base dell'aumento della disuguaglianza in queste società. Infine, se i politici non inizieranno a discutere seriamente dei problemi del lavoro, molto presto si ritroveranno faccia a faccia con una crisi sociale ben più grave, e pericolosa, dell'attuale crisi economica.

 
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