Lavoro

Politiche sul lavoro: come funziona il modello tedesco

In Germania il tasso di disoccupazione è al 6,1%, al minimo storico. In Italia all'11,7%. Ecco quali sono le riforme di Berlino che Roma non ha fatto

Andrea Telara

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Un altro minimo storico, l'ennesimo di una lunga serie. E' quello toccato a maggio dalla disoccupazione tedesca , i cui dati sono stati diffusi nello stesso giorno in cui sono uscite le cifre sui senza-lavoro in Italia (riferiti però al mese di aprile). Mentre a Berlino il tasso di disoccupazione è al 6,1%, nel nostro paese fa fatica a scendere. Anzi, nel mese scorso è risultato di nuovo crescita dall'11,4 all'11,7% anche se, in valore assoluto, è salito fortunatamente il numero complessivo di nostri connazionali che hanno un'occupazione.

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Italia e Germania, dunque, appaiono oggi ancora come due realtà diametralmente opposte, almeno per quel che riguarda le dinamiche del mercato del lavoro. Per quale ragione? Alla base del divario, c'è anche un differente tasso di crescita dell'economia. L'incremento atteso del pil nel 2016, infatti, a sud delle Alpi dovrebbe aggirarsi sull'1,1% mentre a Berlino toccherà probabilmente l'1,6%. A ben guardare, però, non si tratta certo di una differenza abissale, tale da giustificare un tasso dei senza-lavoro doppio rispetto all'altro.

Le riforme di Berlino

In realtà, a rendere l'Italia e la Germania due mondi diversi, sono soprattutto delle ragioni di tipo strutturale che molti osservatori attribuiscono alle riforme che il governo di Berlino ha fatto nei decenni passati e che in Italia sono ancora tutte da attuare. Si tratta di un pacchetto di misure, tutt'altro che indolori, meglio conosciute come Agenda 2010 e volute dall'ex-cancelliere Gerhard Schröder, con l'aiuto di Peter Hartz, direttore del personale della Volkswagen ed esperto di relazioni industriali. Innanzitutto, con l'Agenda 2010 c'è stata una riforma degli uffici di collocamento pubblici, che sono stati unificati nell'Agenzia Federale del Lavoro, adottando un modello di organizzazione che somiglia a quello di una struttura privata.

Il Jobs Act


Gli uffici dell'Agenzia Federale gestiscono direttamente i sussidi di disoccupazione mentre le aziende che inviano un preavviso di licenziamento al dipendente (che viene recapitato con qualche mese in anticipo) devono darne immediata notizia alla stessa Agenzia, in modo che il lavoratore inizi subito un percorso di reinserimento professionale, ancor prima di diventare disoccupato. Anche in Italia è stata creata negli anni scorsi una struttura simile (anche se alla lontana) a quella tedesca. Si chiama Anpal, (Agenzia nazionale per le politiche del lavoro) ed è stata istituita formalmente con il Jobs Act, la riforma del welfare del governo Renzi varata tra il 2014 e il 2015. Peccato, però, che l'Anpal abbia avuto un lungo periodo di rodaggio e diventerà realmente operativa soltanto nell'estate di quest'anno, benché siano passati quasi 18 mesi dal varo del Jobs Act.

Contratti alla tedesca

Altro punto di forza del mercato del lavoro alla tedesca è la grande incidenza dei contratti aziendali, cioè gli accordi collettivi di lavoro siglati nelle singole imprese, che spesso prevedono regole differenti rispetto a quelli nazionali di categoria. Da tempo i sindacati italiani e la Confindustria discutono su come rafforzare la contrattazione aziendale, per stimolare così la produttività e la flessibilità occupazionale. Di fatto, però, su questo tema non è stato ancora raggiunto un accordo tra le parti sociali del nostro Paese, se non un' intesa di massima che è rimasta finora sulla carta. I tedeschi, invece, su questo fronte hanno probabilmente molto da insegnarci.

Prima di approvare l'Agenda 2010, l'ex-cancelliere Schröder ventilò infatti l'ipotesi di varare delle leggi ad hoc per rendere più flessibili gli accordi collettivi di lavoro nazionali, qualora le imprese e i sindacati non avessero firmato delle intese per rafforzare la contrattazione decentrata. Lo stimolo e la minaccia del governo hanno spinto le parti sociali tedesche a stipulare, nei singoli Land e nelle singole aziende, nuovi contratti per gestire con maggiore autonomia e flessibilità i turni, le ferie, gli orari e i salari, proprio con lo scopo di aumentare la produttività del lavoro derogando agli accordi collettivi nazionali.

Il bilancio del Jobs Act


Non mancano però diversi osservatori che evidenziano il lato oscuro delle riforme varate dal governo di Berlino negli ultimi 10-15 anni. Con le misure approvate dal governo del cancelliere Schröder, infatti, sono nati anche i tanto vituperati Mini-Jobs, cioè nuovi contratti di lavoro con orario ridotto, che prevedono una paga di appena 450 euro al mese e sono quasi esenti da tasse e contributi. Secondo alcune stime aggiornate al 2015, più di 7 milioni di tedeschi hanno un mini-job.

Per 2 milioni di loro, si tratta di una seconda professione ma per altri 5 milioni di persone è addirittura l'unica fonte di reddito. Questi contratti sono nati con l'obiettivo di far entrare nel mondo del lavoro regolare molte fasce di popolazione prima escluse (per esempio gli studenti o gli immigrati). Tuttavia, l'utilizzo su larga scala dei Mini-Jobs viene oggi considerato da alcuni osservatori come una forma di sfruttamento della manodopera a basso costo.

È un po' lo stesso fenomeno che si è creato in Italia con il sistema dei voucher, i buoni-lavoro che hanno avuto un vero e proprio boom nell'ultimo anno. Pur essendo nati con lo scopo di regolarizzare molti lavoretti svolti quasi sempre in nero, i voucher oggi sono spesso utilizzati per mascherare delle prestazioni malpagate o pagate senza rispettare pienamente le regole.

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