Disoccupazione giovanile, l'allarme in Europa e il modello olandese

Il monito della Bce per dare un lavoro agli under 25 e le misure adottate (con successo) nei Paesi Bassi

(Credits:Daniele Scudieri/Imagoeconomica)

Andrea Telara

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Ci vogliono altre riforme strutturali dell'economia, per creare nuovi posti di lavoro per milioni di giovani disoccupati. E' il monito arrivato oggi dalla Banca Centrale Europea (Bce) che, nel suo consueto bollettino mensile, ha messo in evidenza uno dei tanti problemi che attanagliano la società del Vecchio Continente e che molti conoscono già bene. E' il tasso di disoccupazione tra gli under25 che, in alcuni paesi, ha ormai toccato i massimi storici: quasi il 60% in Grecia, il 56% circa in Spagna e il 38% in Italia.

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Anche per giovani, tuttavia, il mercato del lavoro europeo è come al solito una realtà a macchia di leopardo. Nell'area del Mediterraneo, quasi la metà degli under25enni che cercano un impiego non riescono a trovarlo. Nei paesi del Centro e Nord Europa, invece, la disoccupazione giovanile è ancora  abbastanza accettabile e tocca dei livelli minimi in Germania (7,9%), in Austria (9,9%) e  in Olanda (10,3%).

Dunque, quando ha fatto riferimento a nuove misure per dare un'occupazione ai giovani, forse la Bce pensava proprio alle politiche del lavoro adottate in questi tre paesi particolarmente virtuosi, che hanno tutti un denominatore comune: fanno un ampio utilizzo dei programmi di formazione professionale e dell'apprendistato,  attraverso dei percorsi di stage nelle aziende che hanno come destinatari anche i minorenni non ancora diplomati negli istituti tecnici o professionali.

IL MODELLO PODLER.

Mentre il modello di apprendistato austro-tedesco è stato più volte analizzato nel dettaglio dagli studiosi italiani, un po' meno conosciuto è forse quello dell'Olanda, un altro paese che non  ha certo nulla da invidiare all'Italia e al resto dell'Europa nelle politiche giovanili. Da notare, che i Paesi Bassi sono anche la nazione del Vecchio Continente con il più contenuto tasso di Neet (not in employment, education or training), cioè di persone con un'età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano. Ad Amsterdam e dintorni, infatti, la quota dei Neet è di appena il 6% circa, contro il 24% dell'Italia.

A ben guardare, il modello olandese di politiche del lavoro giovanili, non si discosta molto da quello tedesco e austriaco: anche nei Paesi Bassi, come in Germania, si calcola infatti che circa il 60% dei 15enni frequenti dei programmi di formazione professionale orientati all'ingresso nel mondo del lavoro. Quando sono ancora sui banchi di scuola, i teenager olandesi iniziano dei percorsi di stage, che vengono organizzati con il coinvolgimento di 3 soggetti: le aziende, i sindacati e le autorità pubbliche, secondo un sistema  di cooperazione sociale tripartito, che in passato è stato definito “modello Polder” (ispirandosi al nome dai tratti di mare prosciugati artificialmente con dighe e argini, caratteristici dei Paesi Bassi).

La particolarità del sistema olandese è però soprattutto quella di essere fortemente decentrato, poiché i programmi di formazione per i giovani vengono gestiti prevalentemente da organismi comunali, che li adattano meglio alle vocazioni industriali di ogni territorio e li modificano nel tempo a seconda delle professionalità maggiormente richieste dalle imprese. Certo, anche il modello olandese non è tutto rose e fiori e, negli ultimi tempi, ha mostrato qualche falla: pure nei Paesi Bassi, il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto infatti di due punti percentuali nel biennio scorso (raggiungendo vette del 40% in alcune fasce di popolazione disagiata come gli immigrati). Resta il fatto che, rispetto all'assai problematica realtà italiana, i risultati raggiunti dal governo di Amsterdam per assicurare un impiego ai giovani sembrano davvero quasi un miracolo.

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