Disoccupazione giovanile al top. Ecco la generazione dei senza-lavoro

Ben 35 giovani su 100 non hanno un lavoro. Ma continua a credere nel talento. Pur sapendo che non è riconosciuto da università e aziende

Manifestazione Cgil per il lavoro (Credit: Roberto Monaldo / LaPresse)

Giovanni Iozzia

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Il tasso di disoccupazione a settembre è al 10,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su agosto e di 2 punti su base annua. È il più alto da gennaio 2004 e sulle serie trimestrali è il maggiore dal 1999.
ll numero dei disoccupati a settembre è di 2,774 milioni, un record assoluto. Il tasso di disoccupazione giovanile, invece, (15-24 anni) a settembre è al 35,1%, in aumento di 1,3 punti percentuali su agosto e di 4,7 punti su base annua. I giovani in cerca di lavoro sono 608 mila.

Ma come sono questi giovani? Che motivazioni hanno? Come vicono questa difficile fase storica che determina però il loro futuro? E che effetto fa a un ventenne sentirsi dire che "bisogna scherzare di più", che bisogna viaggiare "tanto ci sono i voli low cost", che il nostro sistema non valorizza il merito e che il "futuro non è più quello di una volta" ? Perché queste sono le frasi che si sono sentite pronunciare nel corso della presentazione dell'Agenda Bain per i giovani.

Probabilmente si sentono di seguire più l'invito del'imprenditore tessile Cucinelli: "Andate per la vostra strada, non stateci a sentire!"

È strano vedere degli adulti che chiedono ai giovani il “coraggio di cambiare”, come dice il sottotitolo dell’appuntamento. Anche perché sono le nuove generazioni di solito a voler cambiare e a incontrare le resistenze di chi è arrivato prima di loro. Ed è strano sentire un ministro dello Sviluppo economico che in un filmato registrato ricorda che "troppe carriere si fanno solo per anzianità. Il nostro sistema non valorizza merito". Mitigando subito dopo la sua affermazione con uno sbrigativo: "ma nelle aziende private non funziona cosi".

Si comprende quindi il pessimismo che emerge dalla ricerca che la società di consulenza Bain ha fatto proprio per conoscere gli umori dei ventenni: 1.000 intervistati, di cui quasi l’80% studenti in economia, giurisprudenza e ingegneria. Non sono "choosy", come pensa il ministro Elsa Fornero. Più che schizzinosi, appaiono disorientati e demotivati. Credono che per avere successo nel lavoro contino il talento, la determinazione, il coraggio. Ma poi nella maggioranza sono convinti che mancano sistemi meritocratici che premino il merito; non hanno fiducia nella capacità della scuola di coltivare il talento (17,9%) e vedono che quando c’è non è supportato adeguatamente (30,3%). Solo il 2,5% crede che aziende e istituzioni siano in grado di riconoscere e individuare il talento.

Scetticismo è dir poco. Grande è la sensazione di solitudine: all’università viene riconosciuta la capacità di “creare le basi” ma non “garantisce una connessione con il mondo del lavoro” (73%). Le istituzioni pubbliche non favoriscono l’imprenditorialità (94%). La classe dirigente non promuove un contesto favorevole alla crescita (90%).

Quali priorità hanno i ventenni? Certo la soddisfazione sul lavoro, ma al secondo posto c’è il bilanciamento con la vita privata. Quindi, ottimi risultati professionali senza grandi sacrifici. Eppure qualcosa sono disposti a metterla in gioco: sarebbero disposti ad accettare maggiori responsabilità, magari un trasferimento all’estero, persino alla certezza del “posto fisso” ma in cambio di retribuzioni più alte. Conclusione: manca un forte patto intergenerazionale, osserva Cagnoli. I “vecchi” non si preoccupano dei giovani, i giovani non si fidano dei “vecchi”. Choosy o non choosy, questa è una crisi che va ben oltre l’andamento del debito pubblico e dello spread.

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