Lavoro

Dimissioni in bianco, cosa deve fare il governo

L'esecutivo promette di combattere gli abusi su quei lavoratori costretti a firmare in anticipo le lettere di licenziamento

Dopo anni di discussioni e dibattiti, la questione resta irrisolta. E' quella che riguarda le dimissioni in bianco, una pratica con cui alcune aziende italiane cercano di mandare a casa i dipendenti in maniera irregolare, mascherando i licenziamenti sotto le false sembianze di dimissioni spontanee. In che modo? In pratica, attraverso un escamotage, l'imprenditore obbliga i lavoratori a firmare in via preventiva (cioè al momento dell'assunzione) una lettera di licenziamento o di dimissioni spontanee, che viene poi tirata fuori dal cassetto al momento del bisogno. Quando un dipendente non fa più comodo all'impresa (è il caso, per esempio, delle donne in stato di gravidanza) viene così mandato a casa molto facilmente, senza nessuna giustificazione ragionevole. La colpa è appunto di quella “falsa” lettera di dimissioni”, firmata in bianco dal lavoratore, quasi con la pistola alla testa.


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Da almeno 7 anni, in Parlamento sono state approvate diverse leggi contro questi abusi, lasciando però un lungo strascico di polemiche al seguito. Il primo a intervenire è stato Cesare Damiano, ex-ministro del lavoro nel secondo governo Prodi, che introdusse una legge (la n. 188 del 2007) giudicata però un po' troppo burocratica dalle imprese. Secondo quel provvedimento, le lettere di dimissioni potevano essere redatte soltanto su un apposito modulo on-line, scaricabile dal sito del Ministero del Lavoro e identificato con un numero progressivo, che aveva una durata di soli 15 giorni. Lo scopo era ovviamente quello di impedire la firma preventiva delle lettere, imposta dall'imprenditore al dipendente. C'era però il rischio di non pochi intoppi burocratici, visto che l'utilizzo di un modulo scaduto poteva comportare la nullità del licenziamento. Inoltre, per comunicare le proprie dimissioni, il dipendente doveva recarsi personalmente presso gli uffici di enti qualificati, come i Comuni, i sindacati, i patronati o i centri per l'impiego. Giudicando troppo farraginose le norme di Damiano, il suo successore, Maurizio Sacconi, ministro del welfare del governo Berlusconi, decise dunque di abolirle nel giugno di 6 anni fa (con un articolo contenuto nel decreto legge n. 112 del 2008).


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Nel 2012 è arrivata poi la riforma del lavoro del governo Monti, che porta la firma dell'ex ministro del welfare, Elsa Fornero. Anche in questa legge, ci sono norme contro le dimissioni in bianco e sono basate su un complicato meccanismo di autocertificazioni e convalide amministrative. Queste regole, però, non hanno mai incontrato grande consenso nel mondo politico, essendo giudicate troppo blande dalla sinistra, che le ritiene inefficaci nel contrastare gli abusi, e troppo burocratiche dalla destra perché impongono agli imprenditori, anche a quelli onesti che rispettano i diritti dei dipendenti, di svolgere una lunga sfilza di procedure. Archiviata la riforma Fornero, si è giunti ai giorni nostri, cioè al Jobs Act del governo Renzi. La prossima riforma del lavoro è in discussione alla Camera e due deputati di Sel, Giorgio Airaudo e Marisa Nicchi, hanno cercato di far passare un emendamento contro le dimissioni in bianco che è stato respinto dalla maggioranza. Il governo si è però impegnato a risolvere la questione con i decreti attuativi al Jobs Act, che verranno approvati tra dicembre e febbraio. Tuttavia, ancora non è chiaro nel dettaglio quali provvedimenti verranno adottati dall'esecutivo, visto che dovranno ottenere consenso su due fronti un tempo contrapposti: quello del Partito Democratico (compresa la sinistra anti-renziana) e quello del Nuovo Centrodestra, che ha tra i propri leader l'ex ministro berlusconiano Sacconi.


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