Lavoro

Disparità sul lavoro tra uomini e donne: perché la Meloni piange

Per una donna dividersi tra lavoro e famiglia è ancora una gran fatica. Ma non c'entra niente la parità di genere sul lavoro o la discriminazione salariale. E chi sostiene il contrario fa neofemminismo d'attaco

Giorgia Meloni

Serena Sileoni

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Che uomini e donne abbiano gli stessi diritti, non dovrebbe aver bisogno nemmeno di essere dichiarato. Vale però la pena ricordarlo, per due motivi. Il primo, è che l'uguaglianza di genere è conquista recente anche da queste parti. Il secondo motivo è che, forse proprio perché si rammenta troppo di rado "dove eravamo", circola da tempo un sorta di neofemminismo pronto a sconcertarsi per ogni dato di realtà. Specie nel mondo del lavoro, il prevalere di una retorica egualitaria prevale spesso a commentare statistiche che mostrano un mondo lavorativo diverso tra uomini e donne: più realizzati e pagati gli uni, costrette ad accontentarsi, sia in termini di mansioni che di retribuzioni, le altre. Ci sarebbe da restare sconcertati, in effetti, se fosse un problema di mera discriminazione.

Vale invece la pena riflettere cosa ci sia dietro queste differenze ed evitare di farsi prendere la mano da una retorica che non porta da alcuna parte. È un dato che le donne guadagnino meno degli uomini e che siano più questi che quelle a occupare ruoli apicali. Discriminare, tuttavia, vuol dire riservare un trattamento diverso a situazioni uguali. Ma siamo sicuri che uomini e donne vivono situazioni identiche? Alla base delle differenze di soddisfazione e guadagno ci sono questioni e problemi molto più complessi di un atteggiamento discriminatorio dei datori di lavoro o della società nel suo complesso. Se fosse semplicemente questo, sarebbe facile trovare una soluzione, magari con qualche legge. Sarebbe più comprensibile, ad esempio, il fatto che la legge abbia consentito alle donne di andare in pensione prima, a mo' di risarcimento per una vita di acrobazie tra casa e lavoro. Ma non è, purtroppo, semplicemente questo.

Nel 1977, in Italia lavoravano poco più di 3 donne su dieci. Quarant'anni dopo, quasi la metà delle donne ha un lavoro. Però, nel 1977 erano nati 748 mila bambini, nel 2016 solo 473 mila. Non c'è nulla di più scarso del tempo e delle proprie energie. E l'impegno nel lavoro e nella cura dei propri familiari richiedono tanto tempo e energia. Se le donne sono ancora il pilastro della vita familiare e domestica, è abbastanza consequenziale che debbano fare scelte lavorative e professionali più drastiche degli uomini. Esiste una accreditata sociologia di genere che sottolinea che atteggiamenti, preferenze e scelte diverse tra uomini e donne possano avere cause persino biologiche. Ma anche non volendo prendere troppo sul serio questi studi, basterebbe guardare in faccia la realtà per capire che non di mera discriminazione si tratta. Ma di qualcosa di più difficile da eradicare.

Quando Giorgia Meloni ha manifestato commossa il proprio dissidio tra lavoro e famiglia, ha in realtà espresso un sentimento comune alle donne che hanno deciso di dividere il loro tempo e le loro energie nelle due attività più impegnative che ci siano: lavoro e famiglia. Ma è un sentimento che, per quanto spesso (forse sempre) sconfortante, è per altri versi una fortuna che in molte, da queste parti del mondo, possono provare. I dati Istat raccontano una graduale emancipazione: molte più donne lavorano oggi rispetto a quaranta anni fa. Nascono meno figli, certo. E se c'è una correlazione tra i due dati, come è verosimile ci sia, è proprio qui che dovremmo concentrarci, a livello in primo luogo di rapporti familiari, per apprendere una più equilibrata ripartizione del dovere di collaborazione familiare, e in secondo luogo a livello di istituzioni locali (v. alla voce asili nido). Ma invocare furti di retribuzioni o disparità di trattamento nell'accesso al mondo del lavoro rischia solo di lasciar passare il messaggio che l'eguaglianza di genere sia un obbligo a raggiungere i medesimi risultati, e non un impegno a consentire le medesime possibilità di scelta.


Articolo pubblicato sul n° 8 di Panorama in edicola dall'8/2/2018 con il titolo "Perché la Meloni piange"

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