Lavoro

Di Maio ha lasciato 417 mila posti di lavoro a rischio

Alitalia, Ilva, Whirlpool. Dopo aver sfilato con loro l'ex Ministro dello Sviluppo non ha risolto nulla, lasciando nei guai migliaia di lavoratori

Di-MAio-Pernigotti

Francesco Bonazzi

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«Fin da subito, voglio continuare l’ottimo lavoro svolto dal ministro Luigi Di Maio». Non voleva certo essere minacciosa Nunzia Catalfo, il giorno del suo giuramento come nuovo ministro del Lavoro e delle Politiche sociali. Del resto la cinquantenne catanese, impiegata in aspettativa agli sportelli Lavoro della Regione Sicilia, non poteva sconfessare l’operato del suo «capo politico» nel Movimento 5 stelle. E però sull’«ottimo lavoro» di Giggino da Pomigliano d’Arco i numeri non tornano mica tanto. Il nuovo ministro degli Esteri lascia almeno 417 mila lavoratori che stanno rischiando seriamente il posto, tra dipendenti di aziende coinvolte nei 159 tavoli di crisi ministeriali rimasti aperti, addetti dell’indotto e cassintegrati a zero ore o di lungo periodo, che potrebbero tramutarsi presto in esuberi accertati. I blocchi stradali di mercoledì 18, con gli operai della Whirlpool di Napoli che hanno fermato l’autostrada per Salerno, sono l’antipasto di un autunno che nessuno si augura sia caldo, ma che sicuramente non promette nulla di buono. Visto il trascinarsi di crisi pesanti come Mercatone Uno, Ilva, Pernigotti, Blutec, Alitalia o Almaviva. E nella speranza che non debba scoppiare tra le mani di questo esecutivo o, peggio, nella fase di transizione tra questo e il prossimo, il problema del futuro dei 29 mila dipendenti italiani di Fiat Chrysler Automobiles, dove il ricorso alla cassa è ormai una routine. 

Prima di addentrarsi nei numeri, è necessario spiegare che il ministero dello Sviluppo economico, per tradizione, non fornisce numeri ufficiali sulle crisi aziendali aperte e che ogni statistica va composta in modo più o meno artigianale tra i dati dei vari sindacati e quelli dell’Inps. Al Mise, affidato oggi a Stefano Patuanelli, anch’egli grillino, secondo i sindacati sono aperti 159 tavoli di crisi aziendali, che vedono coinvolti direttamente 250 mila lavoratori. Ma con una stima prudente su indotto e fornitori dei gruppi in difficoltà grave, si arriva a 300 mila. Si tratta già di un numero esorbitante e che riguarda vertenze che almeno finiscono sui giornali. Purtroppo, però, non si possono chiudere gli occhi sul boom della cassa integrazione, con quella straordinaria, spesso solo l’anticamera della crisi conclamata che poi finirà sui tavoli romani. Qui viene in soccorso la banca dati dell’Inps, il cui ultimo aggiornamento riguarda il periodo tra gennaio e luglio 2019, in cui sono stati autorizzati 163 milioni di ore di cassa, contro i 216 milioni di tutto il 2018. 
Queste ore  possono essere trasformate, applicando un quoziente basato sugli orari medi individuali, in numero di lavoratori; allora ecco che nei primi sette mesi di questo 2019 si hanno 187 mila lavoratrici e lavoratori tenuti a far niente, dei quali 117 mila in cassa integrazione straordinaria. Non è certo forzato sommare i 117 mila della Cigs ai 300 mila dei «tavoli». Il risultato, a oggi, è che abbiamo 417 mila persone che possono perdere il lavoro nel giro di poco tempo. Commenta Cesare Damiano, già presidente della Commissione lavoro della Camera: «la situazione occupazionale non è per niente rosea, non solo per i tavoli di crisi che sono quasi 200, ma anche per l’andamento dell’economia, la stagnazione del Pil, la diminuzione delle ore lavorate e l’incremento di oltre il 40 per cento della cassa integrazione straordinaria».

Un caso esemplare di come il problema sia trascurato è quello della Blutec di Termini Imerese, talmente emblematico da essere finito già nel penale. Dal 1970 alla fine del 2011, in Sicilia Termini Imerese voleva dire Fiat, con milioni di utilitarie prodotte. Ma quando Sergio Marchionne chiuse lo stabilimento, cominciò una via crucis che ancora va avanti. Nel 2015 spunta un gruppo di imprenditori del Piemonte. L’anno prima, nel 2014, avevano costituito una società di componenti auto a Pescara e in Sicilia si offrivano di fare un centinaio di assunzioni, il tutto con cospicui finanziamenti di Invitalia. Ma a marzo di quest’anno scoppia il bubbone. La Procura di Palermo ottiene gli arresti domiciliari per i vertici di Blutec con l’accusa di malversazione ai danni dello Stato, a cominciare dal presidente Roberto Ginatta (da sempre legato agli Agnelli) e dall’amministratore delegato Cosimo di Cursi. Sono accusati di aver preso 71 milioni di fondi pubblici per costruire componenti auto, ma di non aver fatto praticamente nulla. Così, da sei mesi, c’è una gestione commissariale e la cassa integrazione, dopo l’accordo al Mise del 21 giugno scorso, per 700 lavoratori dello stabilimento siciliano (più altri 300 dell’indotto) scadrà a fine dicembre, senza che si veda all’orizzonte una soluzione. «Quando il vicepremier e ministro Di Maio avrà finito di perdere tempo con le sue commissioni fantomatiche, gli consigliamo di rimboccarsi le maniche per aiutare prima di tutto i lavoratori della Blutec che non ricevono la cassa integrazione da mesi» diceva il 29 luglio Paola De Micheli, vicesegretario del Pd. Oggi si trova al governo con lo stesso Di Maio.

I numeri delle crisi aziendali ufficialmente aperte al ministero sono più o meno noti, anche se informali e disordinati. Dicono, per esempio, che a febbraio 2108, ovvero al termine di due governi del centrosinistra, c’erano 175 tavoli che secondo Matteo Renzi «hanno salvaguardato 78 mila posti di lavoro». A fine 2018, l’Ansa scriveva che, secondo «fonti del ministero», i tavoli erano 138, per 210 mila lavoratori coinvolti. In primavera, Di Maio ha quindi affrontato la campagna elettorale delle Europee sventolando dei miglioramenti, ma poi in estate la situazione è nuovamente peggiorata. E nell’ultimo anno (dato aggiornato a luglio), c’è stata un’esplosione della cassa integrazione straordinaria, salita del 78 per cento.
Il battesimo di Di Maio da ministro fu l’Ilva di Taranto, con un accordo con Arcelor Mittal lasciato già avviato da Carlo Calenda e dal Pd e che scadeva il 30 giugno 2018. Su Taranto il Movimento aveva fatto campagna elettorale, non solo in Puglia, e Di Maio si ritrovò tra le mani il destino di 13.800 dipendenti, che salivano a 20 mila con l’indotto. 
Il colosso siderurgico, per rilevare l’ex Ilva e non lasciare tutti a casa, ha chiesto e ottenuto la piena impunità penale. Di Maio ha ceduto a quello che è davvero difficile non definire un ricatto e il 6 agosto Giuseppe Conte ha firmato il decreto, poi diventato legge il 6 settembre, nell’ultimo giorno del primo governo guidato da lui. Il polo siderurgico di Taranto è in sostanza diventato come il Vaticano, extraterritoriale, anche se non lavora per la vita eterna. Anzi. La storia non finisce qui. Nei giorni scorsi Arcelor ha comunicato di aver ottenuto la proroga della cassa integrazione per altre 13 settimane e quella che la Fiom ha definito «una sfida gravissima» finirà sul tavolo di Stefano Patuanelli. 
Anche sugli elettrodomestici della Whirlpool, e sul futuro dello stabilimento napoletano, bisogna dire che Di Maio si è dato parecchio da fare. Ma con i manager del colosso del Michigan proprio non ce l’ha fatta. Il 25 ottobre dello scorso anno, firmarono un accordo al ministero che prevedeva investimenti per 20 milioni (solo 200 mila dell’azienda) su Napoli e la produzione di una nuova gamma di lavatrici. Invece la scorsa settimana Whirlpool ha annunciato a sorpresa la cessione dello stabilimento e dei suoi 410 dipendenti a un gruppo svizzero. Si tratta di una start-up italiana con sede a Lugano, il cui uomo forte sarebbe Alberto Ghilardi, che ha già fatto un buco nell’acqua con la fallita Nomos in Lombardia. 

Se c’è una storia difficile, invece,  da imputare al governo precedente è quella di Mercatone Uno, che ai primi di giugno ha tirato giù senza preavviso le serrande dei suoi punti vendita, lasciando per strada migliaia di clienti e, soprattutto, 1.800 dipendenti diretti. L’ex ministro dello Sviluppo, l’8 giugno, promise il massimo, tenendo presente che erano a rischio anche 10 mila dipendenti dei fornitori del gruppo bolognese: «Seguirò personalmente la vicenda dei lavoratori e di questa azienda, e oggi arriva la prima risposta». Ovvero l’estensione del Fondo per le vittime di mancati pagamenti, con 30 milioni di euro, che sarà esteso anche ai fornitori nel caso in cui l’azienda venga imputata di bancarotta fraudolenta. 
Il 17 giugno sono stati nominati i tre commissari, che il 18 settembre hanno fatto il punto sulla vendita: ci sono segnali d’interesse da 136 potenziali acquirenti, un terzo dei quali esteri, ma siamo ancora in mezzo al guado e meno male che almeno c’è la solita cassa integrazione. 
Dove invece Di Maio ha nettamente mostrato poco polso è stato sul dossier Alitalia, con l’azienda che deve restituire 900 milioni di prestito del Tesoro entro fine anno, la cordata Fs-Delta-Atlantia che non decolla mai, e in cassa restano 350 milioni. In ballo ci sono 13 mila posti di lavoro direttti e altri 8 mila indiretti. 
Se si scende notevolmente di dimensioni, ma non certo mediatiche, ecco che anche il dossier Pernigotti è rimasto aperto. La proprietà turca Toksoz ha preso per il naso il governo fino a febbraio, quando ha chiuso la sua fabbrica di cioccolatini di Novi Ligure e ha lasciato a casa 100 persone. Di Maio ha risolto con la cassa integrazione, promettendo una qualche ricollocazione. Il mese scorso, la stessa Pernigotti ha lasciato entrare due piccoli imprenditori dolciari italiani, ovviamente aiutati dallo Stato, che hanno ottenuto l’uso del marchio per 10 anni e promettono riassunzioni. Il secondo governo Conte eredita da Di Maio anche il dossier Almaviva, con il colosso dei call center che ha dichiarato 1.600 esuberi a Palermo e possibilità di salvezza bassissime. 

Ma fuori da questo recinto già così preoccupante, eppure in qualche modo visibile, c’è l’imbarazzato silenzio del governo su ciò che sta accadendo in casa Fca, dove dopo il fallimento della fusione con Renault-Nissan si aspettano ufficialmente i 5 miliardi di investimenti promessi nelle fabbriche italiane e nuovi modelli. La realtà è che in attesa dei modelli elettrici, Fca ha ottenuto una valanga di cassa integrazione per il prossimo anno e nessuno può garantire che specialmente gli impianti piemontesi abbiano ancora un futuro. Con un’azienda ormai legalmente anglo-olandese, c’è poco da fare. I suoi 29 mila dipendenti italiani sono abituauti a buste paga decurtate e a modelli che non arrivano. D’altronde, ad agosto, la quota di mercato di Fca in Europa era scesa al 5,7 per cento, mentre quella in Italia era al 23 per cento. 
Il perimetro dell'azione del sindacato l'ha rivendicato Marco Bentivogli, combattivo leader dei metalmeccanici Cisl: «Non ci spetta fare opposizione politica, valutare i governi in base al merito. Per questo con la maggioranza gialloverde ci siamo mobilitati dallo scorso 9 febbraio come Confederazioni e abbiamo scioperato il 14 giugno come metalmeccanici. Oggi, finalmente a livello confederale con il nuovo esecutivo è iniziato il confronto». 
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