Demansionamento, cosa cambia con il Jobs Act

Le aziende potranno cambiare con più facilità i compiti e i ruoli assegnati ai dipendenti. Ma i sindacati non ci stanno

– Credits: Sergio Oliverio / Imagoeconomica

Andrea Telara

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Altro che articolo 18 e licenziamenti più facili. Nella riforma del lavoro del governo Renzi (il Jobs Act), c'è una norma (ancora da scrivere nel dettaglio) che potrebbe lasciare un segno significativo nella vita di molte aziende italiane. E' la revisione della disciplina delle mansioni, che vuol consentire alle imprese di modificare i compiti e i ruoli assegnati a un dipendente, qualora si verificasse un processo di ristrutturazione o riorganizzazione aziendale.


Il Jobs Act di Renzi


E' ancora presto per dire quali saranno le conseguenze di questo provvedimento, che dovrà essere meglio specificato con i futuri decreti attuativi del Jobs Act. Nel testo della legge delega della riforma, c'è scritto che l'eventuale cambio di mansioni dovrà avvenire entro determinati paletti, tenendo comunque conto dell'interesse del lavoratore a conservare il proprio posto di lavoro e la propria professionalità. Per i sindacati, però, queste rassicurazioni non bastano e c'è già chi pensa che la prossima riforma del governo Renzi aprirà inevitabilmente la strada a una pratica oggi vietata per legge e che spesso dà vita a molte controversie di lavoro, in cui i dipendenti hanno spesso la meglio.


Proibito dal codice

Questa pratica si chiama demansionamento e consiste nell'assegnare a un lavoratore dei compiti e delle funzioni di grado inferiore o comunque non attinenti a quelle per le quali è stato inquadrato nell'organico. Esempio: se un impiegato di un certo livello viene sbattuto a fare fotocopie dalla mattina alla sera dopo aver mandato avanti da solo un intero ufficio per molti anni, può dire di aver subito un demansionamento. Stesso discorso per un caporeparto che viene messo a fare le pulizie e via dicendo. Si tratta di pratiche che sono impedite dalla legge. A vietarle è un articolo del codice civile (il n. 2103), il cui testo parla chiaro: “il prestatore di lavoro”, recita il codice, “deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto” (o a mansioni equivalenti ndr) oppure “a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito”. Ciò significa, tradotto dal linguaggio giuridico, che il dipendente può cambiare di ruolo quando riceve una promozione o mantiene lo stesso inquadramento precedente ma non attraverso un demansionamento, soprattutto se il passaggio di grado comporta un taglio di stipendio.



Il Jobs act e i contratti di solidarietà


A dire il vero, già oggi lo spostamento di un dipendente a compiti di grado inferiore può essere ammesso quando è previsto da accordi di ristrutturazione aziendale firmati dai sindacati. Inoltre, la Corte di Cassazione ha stabilito con diverse sentenze che il demansionamento è legittimo, qualora avvenga nell'interesse dello stesso lavoratore, cioè per evitare che venga licenziato. Perché, dunque, c'è bisogno di una norma ad hoc nel Jobs Act? L'obiettivo del governo, a quanto pare, è permettere alle aziende di gestire il proprio organico con maggiore flessibilità, adattandolo agli alti e bassi della produzione senza rischiare di subire delle cause di lavoro, legate proprio a episodi di demansionamento. I sindacati, però, non sono della stessa opinione e pensano che le nuove regole introdotte con la riforma del lavoro, benché ancora un po' vaghe, possano aprire la strada a una lunga sfilza di abusi. Il tempo dirà chi ha ragione ma intanto, anche su questi temi, rischia di aprirsi un fronte caldo tra governo e organizzazioni sindacali.

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