Lavoro

Decreto Dignità, perché non serve a combattere il precariato

Il ministro Di Maio difende i nuovi vincoli introdotti sulle assunzioni a termine. Ma il loro effetto potrebbe essere nullo o addirittura un boomerang

precari

Andrea Telara

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“Un colpo mortale al precariato”. Ha usato toni trionfalistici il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché vice-premier Luigi Di Maio, nell' annunciare il varo del Decreto Dignità, il  pacchetto di misure che introduce nuove regole sul lavoro. Per dare un colpo al precariato, Di Maio ha alzato fino a 36 mesi di stipendio (dai 24 precedenti) l’indennizzo massimo che le imprese devono dare a un dipendente quando viene licenziato ingiustamente. 

Ma il Decreto Dignità ha soprattutto introdotto nuovi vincoli sui contratti di assunzione a tempo determinato, abbassandone la durata massima da 36 a 24 mesi e introducendo di nuovo l’obbligo di specificarne la causale: dopo un anno dalla prima assunzione, l’azienda o il datore di lavoro deve cioè indicare la ragione per cui ha assunto un dipendente con un inquadramento a termine e non con un contratto stabile. Il motivo deve essere straordinario, legato per esempio a esigenze temporanee o a picchi di produzione. Inoltre, è stato abbassato da 5 a 4 il numero massimo di volte in cui un contratto a tempo determinato può essere rinnovato, non appena giunge alla scadenza. Altri vincoli sono stati poi introdotti anche sui contratti di lavoro su somministrazione. 

Record di precari mano non solo

Servono davvero tutte queste misure per rendere il lavoro meno precario? Ci sono buone ragioni per essere dubbiosi, almeno osservando i dati sull’occupazione pubblicati dall’Istat (gli ultimi risalgono a lunedì 2 luglio, lo stesso giorno di presentazione del Decreto Dignità). In Italia, secondo l’Istat, ci sono oggi 3 milioni e 74mila lavoratori con un contratto a termine (o precario che dir si voglia). Sono tanti, è vero, a un livello record mai toccato prima. Quattro anni fa, prima che arrivassero le riforme del governo Renzi, i lavoratori a termine erano 700mila in meno, circa 2,37 milioni. 

In questi quattro anni, però, non sono aumentati soltanto i contratti a termine ma anche le persone assunte con un contratto stabile a tempo indeterminato: erano 14,48 milioni nel secondo trimestre del 2014 e oggi sono 14,96 milioni, cioè quasi 500mila in più. Questo perché in Italia, complice un po’ di ripresa economica, è aumentata nel complesso tutta l’occupazione, quella più stabile e quella meno stabile. Senza contare, poi, un altro aspetto importante: negli ultimi anni, nonostante la ripresa dell’occupazione, si registra invece un calo del numero di lavoratori autonomi: erano 5,7 milioni sei anni fa e sono 5,34 milioni oggi. 

Porta d’ingresso nel mondo del lavoro

Si tratta di un dato tutt’altro che trascurabile visto che nell’alveo del lavoro autonomo erano presenti molte categorie contrattuali come le finte partite iva, le collaborazioni a progetto o le prestazioni occasionali pagate con i voucher, che sono state eliminate negli ultimi anni. Chi ci dice dunque che molte di queste forme di lavoro non siano state trasformate in contratti da dipendente a tempo determinato, anche di pochi mesi o giorni? 

Non va dimenticato che il tanto vituperato contratto a termine (e pure quello su somministrazione), pur non essendo certo la forma di assunzione ideale, assicura un insieme di diritti importanti (dalla liquidazione alle ferie fino ai contributi) ed è molto spesso la prima porta d’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani o il modo con cui molti disoccupati riescono a reinserirsi nel mondo produttivo. Di conseguenza, quando l’economia è in crescita come oggi, il numero dei contratti a termine aumenta. Le aziende assumono nuovi dipendenti senza proporre fin da subito un contratto stabile, nella prospettiva di rendere più saldo il rapporto con il dipendente soltanto in un momento successivo. 

Il precedente della Fornero

Ecco dunque che si torna all’interrogativo di partenza: serve introdurre nuovi vincoli sulle assunzioni a tempo determinato per favorire il lavoro stabile? Per trovare una risposta basta andare indietro nel tempo e cercare qualche precedente ai tentativi fatti oggi da Di Maio. Nel 2012 l’ex ministro del lavoro Elsa Fornero cercò di disincentivare l’uso dei contratti a termine aumentandone il costo e applicandovi un contributo aggiuntivo a carico delle imprese. 

Nei mesi successivi al provvedimento della Fornero (dati dell’Istat), il numero di lavoratori precari diminuì di oltre 200mila unità, da 2,4 a meno di 2,2 milioni, non tanto per la presenza di contributi più salati quanto piuttosto per via della crisi economica: con il pil in picchiata che allora faceva calare i fatturati, le aziende preferivano lasciare a casa per primi i dipendenti a termine non appena la loro assunzione giungeva alla scadenza, piuttosto che licenziare i lavoratori a tempo indeterminato. 

Proteste degli imprenditori

Peccato, però, che pure il numero di assunzioni stabili ebbe un calo, benché la Legge Fornero le avesse fatte diventare meno costose rispetto agli altri contratti. Tra il terzo trimestre del 2012 e il primo trimestre 2014, si persero nel complesso oltre 180mila posti a tempo indeterminato e il numero totale degli occupati, compresi i lavoratori autonomi, diminuì di 300mila unità. Certo, a quei tempi c’era una forte crisi economica che oggi non c’è più. Sta di fatto, tuttavia, che i vincoli sui contratti a termine non servirono molto a far crescere il lavoro stabile. Meglio sarebbe incentivare quest’ultimo, piuttosto che penalizzare il primo. 

Per questo oggi molte associazioni di categoria rappresentative del mondo imprenditoriale protestano. “Pregiudizi, superficialità e assenza di dialogo sono le premesse di un provvedimento che rischia di provocare danni enormi al nostro settore che vale 13.500 dipendenti diretti e lo 0,70% del pil”, dice Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm (l’associazione di categoria delle agenzie per il lavoro) che aggiunge: “ vogliamo partecipare a una discussione in cui per ora non è emersa neppure la differenza tra cooperative, agenzie per il lavoro e centri per l’impiego. Siamo certi che chi oggi fa impresa nel nostro Paese sarà della nostra linea”.

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