Lavoro

Decreto Dignità, cosa cambia (davvero) per i licenziamenti

Le norme volute da Di Maio alzano le indennità per i lavoratori lasciati a casa ingiustamente. Ma gli effetti saranno spesso marginali

licenziamenti-manifestazione

Andrea Telara

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“Disincentiviamo i licenziamenti ingiusti”. Così, agli inizi di luglio, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha illustrato alcune norme contenute nel Decreto Dignità,  che è il primo provvedimento importante messo in cantiere dal governo Conte e sta per essere varato in Parlamento. 

Indennità più corposa (forse)

L’intento del Decreto Dignità, come sa bene chi ha seguito le cronache e le dichiarazioni di Di Maio, è combattere la precarietà del lavoro disincentivando l’utilizzo dei contratti di assunzione  a termine, che non potranno  durare più di 24 mesi, contro i 36 previsti in precedenza. Per combattere la precarietà, però, Di Maio e il suo staff hanno inserito nel decreto un'altra norma: quella che, a suo dire, disincentiverà appunto i licenziamenti ingiusti e renderà più difficile per le imprese lasciare a casa un dipendente. 

Come ci riuscirà? Il disincentivo a licenziare consiste in un innalzamento dell’indennità dovuta al dipendente quando viene mandato via dall’azienda senza una giusta causa. Oggi, secondo le regole del Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi, il risarcimento è pari a due mesi di stipendio per ogni anno di servizio del dipendente licenziato, con una soglia minima di 4 mensilità e un tetto massimo di 24 mensilità.  Con l’approvazione del Decreto Dignità, la soglia minima per l’indennizzo salirà a 6 mesi di retribuzione e quella massima arriverà a 36 mesi. 

Niente articolo 18

Dunque, contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale da Di Maio, non ci sarà la reintroduzione dell’articolo 18, cioè quella norma dello Statuto del Lavoratori  che, fino al 2012 (e in parte anche fino al 2015), obbligava tutte le aziende con più di 15 addetti a reintegrare nell’organico un dipendente mandato via, non appena il licenziamento veniva dichiarato illegittimo da un giudice. Con le nuove norme volute dal governo Lega-5 Stelle, insomma, aumenterà in teoria soltanto l’importo indennizzo. E’ giusto allora dire che i licenziamenti diventano più difficili?

Su questo punto, c’è un particolare che merita attenzione: per i contratti di lavoro firmati dal 2015 in poi, cioè quelli senza le protezioni del vecchio articolo 18 eliminate dal Jobs Act, resta in piedi il sistema di calcolo dell’indennizzo previsto dalla riforma del governo Renzi. Come già ricordato, il lavoratore licenziato ingiustamente ha diritto a vedersi riconosciuta una somma di denaro pari a due mesi di stipendio per ogni anno di carriera nell’azienda. A ben guardare, infatti, il Decreto Dignità non innalza l’importo del risarcimento, ma soltanto il tetto minimo e quello massimo dello stesso indennizzo. 

Per chi cambia poco (o nulla)

Dunque, un dipendente di un’azienda che verrà mandato via senza giusta causa ad appena un anno dall’assunzione trarrà beneficio dalle norme del Decreto Dignità: in tal caso, infatti, avrà  diritto a ricevere 6 mesi di stipendio e non più le  4 mensilità previste in precedenza. Per un lavoratore licenziato ingiustamente dopo 5 anni dall’assunzione, invece, non cambierà nulla: sia con il Decreto Dignità, sia con il Jobs Act il dipendente lasciato a casa avrà diritto a 10 mensilità di stipendio come risarcimento (due per ognuno dei 5 anni che è rimasto nell’organico). 

Il beneficio maggiore con il Decreto Dignità lo avrà in teoria chi verrà lasciato a casa senza giusta causa dopo 12 anni di servizio. In tal  caso, con le nuove norme volute da Di Maio  l’indennità di licenziamento potrà superare il tetto dei  24 mesi di retribuzione previsti in precedenza dal Jobs Act e arrivare appunto fino a 36 mesi. Quest'ultimo indennizzo spetterà tuttavia soltanto a chi ha un’anzianità di servizio di ben 18 anni nella stessa impresa. Dato che le nuove norme si applicano agli assunti dal 2015 in poi, questi risarcimenti così elevati saranno dunque liquidati a partire dal 2027 in poi e spetteranno esclusivamente a quei lavoratori (probabilmente non moltissimi) che avranno avuto la costanza (o la fortuna) di restare per oltre un decennio nella medesima azienda. 

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