Contratti a termine: quanti sono e come funzionano in Italia, in attesa della liberalizzazione del governo

Il ministro Giovannini vede le parti sociali per proporre una mini-deregulation del lavoro a tempo determinato. Ecco chi sono e dove lavorano i dipendenti assunti con un inquadramento temporaneo

Il ministro del lavoro, Enrico Giovannini, in un incontro con le parti sociali (credits: Alessandro Di Meo/Ansa)

Andrea Telara

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Oltre il 52% dei giovani italiani con meno di 25 anni ha un impiego precario. Sono gli ultimi dati appena resi noti dall'Ocse, nel giorno in cui il ministro del lavoro, Enrico Giovannini , incontra le parti sociali per discutere un tema importante: la possibile liberalizzazione delle assunzioni a tempo determinato, in via sperimentale per i prossimi 3 anni.

I CONTRATTI A TERMINE E IL DECRETO LAVORO DI LETTA

Come più volte preannunciato, l'esecutivo guidato da Enrico Letta ha intenzione di togliere alcuni vincoli sui contratti a termine, che rappresentano una forma di “flessibilità buona”, tutelata da certi diritti, contrariamente a tanti altri inquadramenti precari come le collaborazioni a progetto (co.pro) o quelle con la partita iva. Inoltre, secondo il governo, i contratti a termine agevolano l'ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, che difficilmente riescono a ottenere fin da subito un inquadramento stabile, a tempo indeterminato. E' una posizione con cui non concordano totalmente i sindacati, in particolare la Cgil, che si mostrano contrari a una deregulation spinta, a meno che non venga negoziata tra le parti sociali.

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Per capire il perché di queste due posizioni, è bene tracciare un quadro di come funzionano e dove vengono applicati i contratti di assunzione a tempo determinato, che certamente garantiscono dei diritti ai lavoratori, pur rappresentando comunque dei rapporti di lavoro precari. Secondo le elaborazioni del centro di ricerche DataGiovani, i contratti a termine sono oggi il 13,3% di tutti i rapporti di lavoro dipendente. Si tratta di una percentuale in linea con la media europea (14%) e inferiore a quella della Francia (15%) o della Germania (14,7%). Nel 2001, la quota di contratti temporanei presenti nel nostro paese era però molto più bassa di oggi, cioè attorno al 9,6%.

In dieci anni, c'è stata dunque una crescita consistente, che ha interessato soprattutto i giovani con meno di 25 anni, dove la percentuale di assunzioni temporanee è raddoppiata (dal 26 al 52%) mentre tra gli under 30 è arrivata al 34%. Considerando la platea dei lavoratori fino a 29 anni, la maggiore concentrazione di contratti a termine si trova nell'agricoltura (dove rappresentano oltre il 60% di tutte le assunzioni dei giovani), seguita a distanza dal commercio (33% circa), dall'industria e dalle costruzioni (29%). Sempre tra i giovani under 30, la probabilità di avere un inquadramento temporaneo anziché stabile non diminuisce affatto al crescere del grado di istruzione del lavoratore. Anzi, tra i laureati con meno di 29 anni, la percentuale dei contratti a termine è pari a ben il 39% (45% tra chi ha studiato delle discipline umanistiche), contro il 34% dei diplomati e il 31% dei lavoratori con la licenza media.

Tirando le somme, su circa 17 milioni di lavoratori dipendenti di tutte le fasce d'età, poco meno di 15 milioni hanno un rapporto stabile mentre 1,7 milioni sono impiegati con inquadramento a tempo determinato e circa 400mila circa con altri contratti come quelli interinali, di apprendistato o di somministrazione (dati aggiornati a fine 2011).

I DIRITTI DEL LAVORATORE TEMPORANEO

Per quanto riguarda il trattamento economico, la legge stabilisce che il lavoratore a termine deve godere degli stessi diritti di un collega assunto a tempo indeterminato che svolge le stesse mansioni. Ci sono dunque i contributi, la tredicesima, il Tfr (cioè la quota di stipendio accantonata per la liquidazione), le malattie o le assicurazioni contro gli infortuni, mentre il salario deve rispettare le disposizioni dei contratti collettivi nazionali. Il lavoratore non può inoltre essere licenziato prima della scadenza del contratto, se non per una giusta causa. In assenza di quest'ultima, il dipendente ha diritto a ricevere almeno le mensilità di stipendio che ancora gli spettano e che non sono state ancora pagate.

Infine, se il rapporto di lavoro a termine dura più di 12 mesi (il limite massimo è di tre anni), l'azienda deve specificare anche il cosiddetto causalone, cioè il motivo per cui il dipendente è stato assunto con un inquadramento precario e non in maniera stabile. Le ragioni che giustificano la presenza del contratto a termine possono essere di tipo organizzativo (per esempio il verificarsi di picchi di produzione), di tipo sostitutivo (per rimpiazzare dei dipendenti assenti) o tecnico (cioè per assumere del personale con delle competenze diverse da quelle di tutti gli altri dipendenti dell'impresa).

I TIMORI DEI SINDACATI

Ora, per allentare i vincoli sui contratti a tempo determinato, il governo sembra intenzionato a eliminare del tutto il causalone (seppur in via sperimentale e in determinati ambiti o settori). Proprio su quest'ultimo punto, si concentrano le divergenze di vedute con una parte del sindacato che teme il verificarsi di abusi. In altre parole, la Cgil paventa il rischio che le assunzioni temporanee cannibalizzino quelle stabili e che un numero troppo elevato di lavoratori venga assunto soltanto con i contratti a termine.

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