Lavoro

Contratti, il perché della rottura tra Confindustria e sindacati

La riforma degli accordi collettivi di lavoro è a un punto morto. Intervento in vista del governo, con una legge sul salario minimo

Squinzi-Camusso

Andrea Telara

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“Nessuna possibilità di portare avanti le trattative col sindacato”. Sono parole dure quelle usate oggi dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, durante l'assemblea di Assolombarda, la sigla degli industriali della Lombardia. Squinzi si riferiva ai negoziati sui contratti di lavoro, giunti ormai a un punto morto dopo un lungo confronto a distanza. Perché si è arrivati a questa situazione?


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Da tempo, le parti sociali si confrontano sul tema della contrattazione collettiva e Confindustria non ha mai fatto mistero di avere un obiettivo: rafforzare i contratti di lavoro aziendali, a scapito di quelli collettivi nazionali, per accrescere la flessibilità dei salari e legarli maggiormente alla produttività. Su questo punto, sono stati firmati negli anni scorsi soltanto degli accordi di massima tra la stessa Confindustria e Cgil,Cisl e Uil, senza tuttavia passare realmente dalle parole ai fatti.


Troppi aumenti di stipendio

Inoltre, Squinzi si lamenta del fatto che le aziende, con i molti contratti di lavoro firmati negli anni scorsi, hanno concesso ai dipendenti degli aumenti retributivi ben superiori al dovuto poiché l'inflazione reale, complice la crisi economica, è stata molto più bassa di quella prevista. Per questa ragione, Confindustria ha proposto di approvare con regole tutte nuove i contratti di lavoro in scadenza nei prossimi mesi (che interessano più di 6 milioni di lavoratori), proprio per dare più spazio agli accordi collettivi aziendali, a scapito di quelli nazionali e per introdurre nuovi meccanismi di aumenti salariali. I sindacati e soprattutto la leader della Cgil, Susanna Camusso, hanno chiesto invece procedere al contrario: prima si rinnovano nei tempi naturali i contratti in scadenza e poi, in un momento successivo, si inizia una discussione sulle nuove regole.


In arrivo il salario minimo

Si è creato così un gioco delle parti che è andato troppo per le lunghe e ha portato alla rottura del confronto, annunciata oggi da Squinzi. Cosa può accadere adesso? Di fronte a questo stallo, il governo non se ne starà con le mani in mano e interverrà con un provvedimento ad hoc, per riformare i contratti di lavoro e renderli più adeguati ai tempi. Lo ha detto più volte il ministro del welfare, Giuliano Poletti, e lo ha preannunciato pure Filippo Taddei, responsabile per l'economia del Partito Democratico, in alcune dichiarazioni rilasciate a Panorama.it nelle scorse settimane. Non è ancora chiaro come sui muoverà l'esecutivo ma c'è chi scommette su una nuova legge per stabilire innanzitutto un salario minimo, come esiste in altri paesi, e per rafforzare la contrattazione di secondo livello, cioè gli accordi di lavoro stipulati nelle singole aziende, a scapito di quelli collettivi nazionali di primo livello, che in Italia hanno ancora grande importanza e dettano le regole in tutti i settori produttivi (per esempio sugli aumenti retributivi, le ferie o gli scatti di carriera).


Modello Marchionne

Se si avverasse lo scenario appena descritto, saremmo quasi di fronte a una rivoluzione nelle relazioni industriali italiane, visto che il governo metterebbe bocca in una materia da sempre lasciata (almeno dal secondo dopoguerra in poi) all'autonomia delle parti sociali, cioè agli industriali e ai sindacati. Lo stesso Squinzi ha addirittura paventato il rischio che le relazioni industriali vadano completamente a farsi benedire, per una ragione molto semplice: se il governo stabilisce per legge un salario minimo, si è chiesto Squinzi nei mesi scorsi, quale azienda avrà interesse a stipulare degli accordi attraverso la propria associazione di categoria, per stabilire le regole sulle retribuzioni? A prevalere potrebbe essere dunque il modello-Marchionne, cioè nascita di contratti aziendali che, come alla Fiat, derogano completamente agli accordi collettivi nazionali. Si tratta di una prospettiva che non piace ai sindacati ma che potrebbe portare anche alla fuoriuscita da Confindustria di molte aziende, intenzionate a liberarsi dei lacci e dei lacciuoli delle vecchie relazioni industriali all'italiana, proprio come fece a suo tempo la Fiat di Marchionne. Un intervento a gamba tesa di Renzi in materia di contratti di lavoro, insomma, non soltanto turba i sonni di Cgil, Cisl e Uil ma non fa piacere neppure a Squinzi. “Speriamo non facciano danni”, ha detto laconico il presidente di Confindustria, in attesa di vedere le mosse del governo.


Il Jobs Act
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