Lavoro

Centri per l'Impiego che non hanno impiegati

Siamo andati a verificare come funzionano sul campo le procedure per il Reddito di Cittadinanza scoprendo che mancano un sacco di cose

Di MAio reddito di cittadinanza

Carlo Puca

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"Per me il reddito di cittadinanza è pura giustizia: il governo deve pagare per la vita che fa fare ai nostri figli e nipoti disoccupati". Nonna Maria è seria mentre sorseggia un caffellatte al Ghisby Bar. Suo nipote Antonio, invece, la butta sul ridere, o quasi: «Io chiedo solo un risarcimento per la casa popolare: quella che c’hanno assegnato fa così pena che nemmeno gli immigrati ci vorrebbero vivere…».
Nonna e nipote abitano a Primavalle, quartiere un tempo definito «l’orto di Roma» e ora ridotto a pura periferia, di quelle segnate da una skyline terzomondista, le mura invase dall’umidità, i cumuli di spazzatura putrida, le auto vandalizzate da balordi, le bande di piccoli criminali spacciatori. Poi, certo, c’è la «brava gente», la solita maggioranza silenziosa che sopporta il degrado per evitare guai peggiori. Ecco, la brava gente di Primavalle la pensa generalmente come Maria e Antonio: il reddito di cittadinanza imposto da Luigi Di Maio e i Cinque stelle è un atto dovuto. Anzi, uno stipendio dovuto.

È una pulsione, questa, che si rintraccia anche dentro le stanze del Centro per l’Impiego, altrimenti detto CpI. Quasi fosse un presagio, da prima che Beppe Grillo lanciasse la sua politica del «vaffa» e dell’assistenza di Stato, nel pieno del quartiere giace infatti un prefabbricato circondato da una cancellata (arrugginita) in ferro battuto. Pare un container per i terremotati, e forse lo era, ma viene utilizzato per ospitare l’ufficio più affollato del Lazio, uno degli 840 sparsi in Italia che secondo il governo dovrà (o dovrebbe) vigilare su eventuali truffe o abusi.
Soprattutto, i Centri per l’Impiego - lo dice il nome stesso - dovrebbero offrire impieghi, ben tre, a ogni richiedente il sussidio. Problema: i CpI occupano circa 8 mila addetti, costano 350 milioni all’anno, ma scarseggiano di proposte di lavoro. Sui due milioni e mezzo di persone che formalmente vi si rivolgono, trova un’occupazione soltanto il 3,5 per cento. Per il resto, in Italia un impiego si trova anzitutto per via amicale e familiare.

Una prova materiale arriva proprio dal Centro di Primavalle. Appena entrati, Antonio - da bravo Virgilio in questo viaggio verso l’Inferno del lavoro - afferra e ostenta un quaderno rosso, peraltro unto e bisunto. «Tieni» fa, tra il divertito e il minaccioso. Contiene le offerte di impiego per l’intera Provincia di Roma (capitale compresa): sono appena 22, la metà come animatore turistico, altre per garzoni, camionisti e venditori. «Ma no, c’è un equivoco, i posti sono di più» dice l’usciere «il quaderno dà un quadro parziale, per cercare bene bisogna andare sul sito». E allora andiamoci, sul sito di Romalabor. Qui i posti offerti, compresi quelli del quaderno rosso, diventano 71 a fronte di quasi 200 mila disoccupati romani (192 mila, per la precisione). Per i quali servirebbe un miracolo.
Questo è l’oggi. Quanto al domani, per le regole del reddito dei Cinque stelle, secondo calcoli sommari e in difetto, ad almeno un terzo degli inoccupati bisognerà offrire due posti di lavoro nelle vicinanze del luogo di residenza (più una possibilità anche in città più distanti). Il totale teorico fa 128 mila proposte di impiego soltanto per la Provincia di Roma. Partendo da quota 71. Insomma, occorrerebbe un secondo miracolo, più grande del primo.

Nel frattempo, però, le attese di milioni di italiani crescono e con esse il caos nei Centri per l’Impiego. Perché? Si è sparsa la voce che per poter ambire al reddito di cittadinanza bisogna subito farsi convalidare da un CpI la cosiddetta Did (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro). E chi non ha ancora provveduto, sta accorrendo in massa. Figurarsi la folla quando, da maggio, i beneficiati dovranno sottoscrivere il patto per il lavoro e i Centri dovranno anche farsi carico dalla loro formazione (vedi scheda in questa pagina).
Anche a Primavalle alle 9 e 20 del mattino si contano già 190 prenotati fino a esaurimento tempo. E per fortuna, pur trattandosi di un ufficio pubblico, i dipendenti sono tutt’altro che sfaticati. Spiega Antonio, un habitué: «Seppur rassegnati come noi, lavorano tantissimo». Infatti la gran parte dell’utenza è moderatamente soddisfatta. Marianna, per esempio, parla di «una donna di origine sudamericana gentilissima, con lei la mia esperienza di convalida della Did è stata ottima. Ma l’intero personale è stato cordiale». Tuttavia, gli ambienti risultano essere al limite della civiltà. In un luogo che rappresenta il lavoro, e quindi anche la sicurezza sul lavoro, c’è umido dappertutto, manca un pezzo di controsoffitto e i cavi dell’alta tensione sono a vista. Almeno l’estintore c’è, pieno di polvere, ma c’è. Il numeratore automatico è guasto da settimane e perciò una guardia giurata, volenterosa, tiene il conto e chiama a voce i prenotati.
Ci sono molti ragazzi e ragazze, più una trentina di cinquantenni, tutti in attesa di reddito, tutti pronti a rivoltarsi contro Di Maio se non lo otterranno. Spiccano due uomini vestiti in abiti da lavoro, presumibilmente un meccanico e un muratore. Giovanni, il meccanico, spiega che prima di arrivare stava «riparando la moto di un amico» mentre il muratore, più chiuso di carattere (per usare un eufemismo), mormora la seguente frase: «C’hai voglia de’ parlà eh? Io no, mancunpò», nemmeno un po’. Il sospetto, legittimo, è che lavorino in nero e non si siamo nemmeno presi la briga di cambiarsi d’abito.

I dipendenti del Centro concordano: «Sa quanti ne vediamo così...». Stanchi come sono, anche se c’è l’ordine superiore e tassativo di tacere, gli impiegati si abbandonano a pensieri sparsi e vari. «Anche noi, tutti i santi giorni, siamo appesi ai giornali per capire cosa può succedere. Per dire, che possiamo fare con quelli che lavorano clandestinamente? Niente, questa è la verità». Domanda: ce la farete a gestire tutte le richieste? «Macché. Pare che ne assumeranno 4 mila in tutta Italia, ma per attuare davvero il reddito servirebbero 100 mila impiegati». Proprio come in Germania.
Nel Paese modello dei Cinque stelle (almeno per i sussidi sul lavoro) esiste uno strumento noto come Hartz IV, che si può richiedere ai Jobcenter. Solo che i tedeschi (che sono tedeschi) hanno impiegato quattro anni per farlo entrare a regime, reclutando, appunto, 100 mila addetti necessari per gestire una platea di circa sei milioni di persone. Più o meno le stesse che Di Maio punta a soddisfare in Italia con pochi soldi, in tre mesi e grazie ad appena 4 mila assunzioni. Se gli riesce pure questo miracolo, chiamatelo San Luigi. 
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