Call Center, le ragioni dello sciopero di oggi

Gli addetti ai servizi telefonici scendono in piazza per protestare contro le delocalizzazioni all'estero. Ecco perché

Addetti a un call center – Credits: Stefano Capra / Imagoeconomica

Andrea Telara

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 Tutti in piazza a Roma. Così gli addetti ai call center hanno deciso di scioperare nella giornata di oggi, per difendere e rilanciare un settore che in Italia garantisce un impiego a circa 80mila persone, per lo più giovani e donne, ma anche a molti 40enni e laureati. Le ragioni della protesta sono tante ma sono state ben riassunte dallo striscione che ha guidato il corteo, partito nella Capitale da piazza della Repubblica per raggiungere dopo mezzogiorno piazza Santi Apostoli: “Contro delocalizzazioni e dumping”. E' questo lo slogan che ha spinto gli operatori telefonici di tutta la Penisola a incrociare le braccia, contro le aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori e li pagano poco ma anche contro le leggi e le regole italiane, che penalizzano le imprese di qualità e premiano invece quelle che portano le attività all'estero, magari dopo aver incassato generosi incentivi statali.

DISOCCUPAZIONE RECORD

GARE AL RIBASSO, LICENZIAMENTI IN VISTA

Il primo bersaglio dei sindacati di categoria (Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom) sono le gare al massimo ribasso che si possono svolgere nel nostro paese, quando i servizi di call center vengono esternalizzati da un ente pubblico. E' il caso del Comune di Milano che tempo fa ha deciso di affidare in appalto il proprio servizio informazioni 020202. Il prezzo della base d'asta per la gara meneghina (sospesa temporaneamente dopo le proteste) è di circa 45 centesimi al minuto. Si tratta di una cifra insostenibile per le imprese del settore, le quali riceverebbero così non più di 18 euro di ricavi per 40 minuti di conversazione, quando un loro dipendente costa mediamente 17,8 euro all'ora. Tenendo conto dei costi fissi per la gestione dei call center, dunque, il prezzo fissato dal Comune di Milano rischia di generare una forma di dumping salariale e spingere i fornitori dei servizi a portare le proprie attività all'estero, per esempio nell'Est Europa o in Albania, dove un addetto ai servizi telefonici viene pagato tre volte meno che in Italia.

NO ALLE DELOCALIZZAZIONI

E' proprio la minaccia di una fuga all'estero dei call canter italiani a essere al centro della protesta di oggi, che è stata ribattezzata dai promotori “No Delocalizzazione Day”. Mentre il meccanismo delle gare al ribasso viene bersagliato di critiche anche da Assocontact, l'associazione di categoria dei gestori di call center, le sigle sindacali mettono però nel mirino pure il comportamento di diverse aziende del settore. Non tutte, ma quelle meno serie, che prendono gli incentivi statali per le nuove assunzioni (cioè le agevolazioni fiscali previste da una legge del 1990), per poi chiudere i battenti dopo qualche anno e aprire in paesi dove il costo del personale è ridotto all'osso.

Eppure, per evitare queste pratiche, non ci vorrebbe molto: basterebbe applicare davvero l'articolo 24 bis del Decreto Sviluppo del 2012, che toglie i benefici fiscali alle aziende che hanno scelto di delocalizzare le proprie attività all'estero e impone loro molti altri vincoli . Tra questi, c'è per esempio l'obbligo per gli operatori dei call center che vanno all'estero di dare un preavviso di 120 giorni al ministero del Lavoro. Senza dimenticare, poi la regola che impone al gestore dei servizi, nel caso di una chiamata dall'estero, di specificare il paese di provenienza della telefonata, lasciando poi agli utenti un'alternativa, cioè la possibilità di scegliere se ricevere invece l'assistenza da un addetto residente in Italia. Sono tutte regole che salverebbero molti posti di lavoro, premiando le aziende capaci di puntare sulla qualità e che investono sul territorio nazionale.

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