Lavoro

Brexit: cosa cambia per chi lavora nel Regno Unito

Gli italiani dovranno rinunciare al welfare e alla sanità gratuita. Difficile partire nei prossimi anni senza un contratto di lavoro

London 2012 - London Transport

Londra, da sempre meta tra le preferite dagli italiani – Credits: Getty Images

Con Brexit sarà più difficile partire alla cieca e improvvisarsi freelance a Londra. Come hanno fatto negli anni passati e continuano a fare molti italiani in cerca di qualche opportunità in più. Bastano (o meglio, bastavano) un biglietto low cost e un divano dove dormire a casa di amici. Il tempo necessario per trovare un lavoro, magari come cameriere o lavapiatti in una pizzeria o in un ristorante italiano. Per poi cambiare impiego e realizzare, per i più fortunati, i propri sogni.

Ma il passato, in questo caso, è più che mai d'obbligo. Quando il Regno Unito lascerà ufficialmente l'Unione europea, Londra sarà molto meno cool e swinging per gli italiani e gli altri europei. E su circa mezzo milione di nostri connazionali che hanno scelto di vivere nella terra di Sua Maestà, non saranno pochi quelli costretti a tornare indietro.

Ancora nel limbo per due anni

Forse è ancora troppo presto per fare le valige: servono, a detta degli esperti di norme europee, come minimo due anni per completare le procedure necessarie per tagliare tutti ponti con l'Unione europea, diventare uno stato extra Ue e stabilire nuovi accordi. Ed è assai probabile che i tempi si allunghino, visto l'esitare della classe dirigente britannica a mettere in pratica il verdetto uscito dalle urne.

Certo è che i flussi consistenti degli italiani - come quelli visti tra il 2014 e il 2015, quando circa 60 mila connazionali si sono trasferiti dall'altra parte della Manica - si ridurranno. E di molto: niente libera circolazione, nessun diritto automatico a lavorare solo perchè si ha la cittadinanza europea nel Regno, dove magari poter usufruire del generoso welfare britannico.

Assegni di disoccupazione e sanità gratuita per i britannici, ma oggi garantiti ai loro cugini (non tanto amati) europei, i quali, non di rado, vengono bollati dalla propaganda nazionalista come "benefits cheaters", versione molto "british" e poco "politically correct" dei nostri "falsi poveri".

La via australiana

Non ci sarà, quindi, un esodo da qui al 2018 e i cervelli in fuga è probabile che non ritornino indietro. Londra, fanno notare gli esperti, non può fare a meno dei lavoratori stranieri, siano essi camerieri, autisti, ricercatori o colletti bianchi. Assai probabile, invece, è l'arrivo di una stretta per i futuri ingressi: senza un contratto di lavoro si potrà vivere alla meglio solo per qualche mese, come turista; salvo poi essere rispediti indietro. Un po' come in Australia o negli USA.

Cosa può fare chi vive già nella City

Chi lavora già da tempo nel Regno Unito potrà scegliere invece di avere il doppio passaporto. È la via più sicura per mettere le radici ed evitare brutte sorprese: l'italiano che ha regolarmente versato le tasse per più di 5 anni, come prevedono le norme, potrà richiedere la cittadinanza britannica e mantenere quella tricolore. L'alternativa è un visto lavoro, che però va rinnovato.

Una strada che probabilemente sarà applicata anche agli studenti universitari provenienti dai paesi Ue. Porte chiuse nelle prestigiose università britanniche a chi non avrà un visto studio. E chi ce l'avrà, potrà comunque scordarsi tutti quei vantaggi (come i prestiti agevolati per pagare le rette universitarie) che sono stati estesi fino a oggi a tutti i cittadini europei. E con Brexit, goodbye Erasmus.

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