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Bonus Bebé, perché serve a poco (o a niente)

Il contributo alle neo-mamme, che qualcuno vorrebbe raddoppiare, aiuta un po' le famiglie povere con figli. Ma non fa crescere la natalità

Meglio dare 80 euro o 160 euro al mese alle neo-mamme? E' un interrogativo che oggi si sta ponendo il governo, che discute se raddoppiare o meno il Bonus Bebé, cioè il contributo per le famiglie che dispongono di redditi medio-bassi e che hanno un figlio con meno di tre anni di età (purché nato dopo il 1° gennaio 2015). Il ministro della Salute, Betrice Lorenzin, propone di aumentare notevolmente l'importo del Bonus, per stimolare la natalità in Italia che nel 2015 ha fatto segnare il record storico negativo, con appena 488mila parti contro i 503mila del 2014.

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Ma bastano 160 euro al mese per tre anni, viene subito da chiedersi, per convincere una giovane coppia ad avere un figlio? Quasi sicuramente no, almeno secondo due accademici ed editorialisti del sito web Lavoce.info. Si tratta di Marco Albertini, ricercatore dell'Università di Bologna e di Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica di Milano, che hanno definito il Bonus Bebé “un’arma spuntata per la natalità”. Secondo Albertini e Rosina, infatti, il contributo alle neo-mamme (introdotto per la prima volta lo scorso anno) ha soprattutto un effetto: migliorare di un po' il tenore di vita delle famiglie povere con figli. Non che sia un risultato negativo, sia chiaro. Si tratta però di un effetto-collaterale diverso da quello per cui il Bonus Bebé è stato ideato, cioè riuscire a ottenere una inversione di tendenza nel numero di nascite in Italia, che da tempo hanno imboccato un trend al ribasso. Secondo i dati Istat, infatti, le donne over 45enni rimaste del tutto senza figli sono salite dall’11 per cento che si registrava tra la generazione dei nati negli anni '50 al 21 per cento della generazione del 1970. Nell'arco di un ventennio, insomma, è raddoppiata la quota di donne che rinunciano o sono costrette a rinunciare alla maternità.


Bonus bebè, perché è difficile che venga raddoppiato


Di fronte a un fenomeno di questa portata, non basta certo lo “zuccherino” di 80 o 160 euro al mese per far cambiare idea alle persone e convincerle a mettere al mondo una creatura. Albertini e Rosina, ricordano infatti i risultati dell'ultimo Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo, un'indagine sulla popolazione italiana tra 18 e 32 anni, realizzata con 9mila interviste su tutto il territorio nazionale. Secondo il rapporto, tra i giovani del nostro Paese è aumentata negli ultimi anni la preoccupazione di non raggiungere un reddito adeguato per sostenere i propri bisogni di vita. Si tratta di uno dei timori principali dei giovani riguardo alla loro vita professionale, a tal punto da far scendere in secondo l'obiettivo dell'auto-realizzazione. In altre parole, gli under 30 guadagnano talmente poco o lavorano con inquadramenti talmente precari che, ancor prima di desiderare un mestiere appagante, vogliono avere almeno un lavoro stabile e con uno stipendio decente. Questa situazione di incertezza, secondo i due editorialisti del Lavoce, porta le giovani generazioni a posticipare sempre di più le tappe di entrata nella vita adulta in cui, come se non bastasse, subentrano poi anche le difficoltà di conciliazione tra famiglia e vita professionale. Dunque, prima di pensare al Bonus Bebé, per Albertini e Rosina bisognerebbe fare delle politiche ad ampio raggio per la famiglia, favorendo ad esempio la stabilità del lavoro per i giovani e la conciliazione tra vita professionale e maternità per le donne. Altrimenti, gli interventi di breve periodo che regalano soldi a pioggia si rivelano soltanto delle mosse elettorali dei governi di turno. Mentre i governi passano, però, i figli restano e vanno mantenuti.


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