Lavoro

Assunzioni stabili, quanto costa azzerare i contributi

Il governo introduce sgravi per i contratti di lavoro a tempo indeterminato. I benefici per le imprese sono notevoli ma i soldi a disposizione sono pochi

Andrea Telara

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Contributi azzerati per tre anni (forse con un tetto massimo di 6.200 euro)  sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato che avverranno nel 2015. E' la misura annunciata ieri dal premier Matteo Renzi, durante la presentazione della Legge di Stabilità. Non è ancora chiaro, però, come il governo intenda attuare questa misura. Per avere una risposta più precisa, si dovrà attendere il testo definitivo della manovra economica, che ieri è stata soltanto illustrata dal presidente del consiglio con le solite slide.


Per approfondire: Lavoro, la riforma di Renzi


Prendendo alla lettera le parole del premier, si può fare però una stima su quali sarebbero i vantaggi per le imprese e su quante assunzioni potrebbero beneficiare dell'azzeramento dei contributi. Purtroppo, c'è da sottolineare un particolare importante: le risorse a disposizione sono limitate. Il governo è infatti intenzionato a mettere sul piatto una cifra di 1,9 miliardi di euro, visto che ha già preso impegni importanti su altri fronti, annunciando la riduzione dell'irap per circa 5 miliardi. Dunque, un interrogativo è d'obbligo: basteranno le somme stanziate a far decollare le assunzioni a tempo indeterminato? Forse è ancora presto per dare una risposta, ma ci sono buone ragioni per avere qualche perplessità.


I benefici per le imprese

Certo, azzerare tutti contributi sulle assunzioni comporta indubbiamente notevoli benefici per le imprese, che riuscirebbero così a ridurre sensibilmente il costo del lavoro. Sulla retribuzione lorda di ogni dipendente, infatti, le aziende versano all'Inps una lunga sfilza di oneri, per un totale di circa il 37%. La voce più pesante è rappresentata dai contributi pensionistici del 33%, che si dividono in due quote diverse: il 24% grava direttamente sull'impresa mentre poco più del 9% è formalmente a carico del lavoratore. Agli accantonamenti previdenziali bisogna poi aggiungere un ulteriore 1,6% dello stipendio che serve per finanziare l'Aspi, cioè i sussidi alla disoccupazione introdotti nel 2012 con la riforma Fornero. Molte aziende pagano inoltre anche un contributo del'1,9% del salario per la Cig (cassa integrazione guadagni) e un altro 0,46% per le indennità di maternità, mentre lo 0,2% della retribuzione finisce nel fondo di garanzia del Tfr (che serve per assicurare la liquidazione a tutti, anche in caso di fallimento del datore di lavoro). Infine, non va dimenticato il contributo dello 0,68% della retribuzione che viene destinato alla Cuaf (cassa unica assegni familiari). Messe tutte assieme, queste voci fanno appunto lievitare il costo del lavoro di almeno 37 punti percentuali.


Leggi anche: cosa non va bene nel Jobs Act


Conti alla mano, azzerare i contributi significa dunque assicurare un bel risparmio all'azienda. Esempio: se un dipendente guadagna 20mila euro all'anno al lordo delle tasse, cioè poco meno di 1.300 euro netti al mese, gli sgravi annunciati da Renzi farebbero scendere il costo del lavoro di oltre 7mila euro all'anno, corrispondente a circa un quarto del totale. In una eleborazione effettuata per l'Ansa, il Caf-Cisl ha calcolato un risparmio per le aziende che varia addirittura tra 7.500 e 10.500 euro, nell'ipotesi che la retribuzione del lavoratore sia compresa tra 25mila e 35mila euro. Tutto bello, se non fosse per il particolare ricordato in precedenza: i soldi a disposizione non sono tanti e non arrivano appunto a 2 miliardi di euro. Per questo, secondo una bozza della legge di stabilità che circola in queste ore, il governo avrebbe intenzione di porre un limite allo sgravio sui contributi, fissando un tetto a 6.200 euro. Viste le risorse disponibili, a beneficiare dell'azzeramento dei contributi sarebbero dunque poco più di 300mila nuovi contratti di lavoro. Non sono pochi ma neppure moltissimi, se si considera che il numero dei disoccupati italiani supera abbondantemente i 3 milioni di unità, tra cui oltre un milione e mezzo sono giovani con meno di 34 anni.


Il rischio di un flop

C'è infine un ultimo aspetto che non va trascurato. Il premier Renzi ha detto che gli sgravi andranno a beneficio di quelle imprese che, fin da subito, offriranno ai neoassunti un contratto di lavoro a tempo indeterminato e a tutele crescenti (previsto con l'approvazione del Jobs Act) anziché uno dei tanti inquadramenti precari esistenti. C'è dunque il rischio che ha trarre vantaggio dall'azzeramento dei contributi siano soprattutto le aziende che hanno già l'intenzione di reclutare nuovo personale e non quelle che, invece, sono indecise se farlo o meno. Se si avverasse quest'ultimo scenario, l'effetto sull'occupazione sarebbe praticamente nullo.


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