Lavoro

Articolo 18, perché il governo non lo reintrodurrà

In campagna elettorale il Movimento 5 Stelle ha promesso di rottamare il Jobs Act. Ma, per adesso, si limita a una piccola stretta sui contratti a termine

FIAT: CAMUSSO A GOVERNO, RIVEDERE ART. 19 STATUTO LAVORATORI

Andrea Telara

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“Reintrodurremo l’articolo 18 anche per le nuove assunzioni nelle aziende con più di 15 dipendenti”. Così, in campagna elettorale, il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio aveva annunciato la volontà di rottamare per sempre il Jobs Act, l’ultima riforma del lavoro approvata dal governo Renzi. 

Abolito per i nuovi assunti

Il Jobs Act è stato una legge molto contestata proprio perché, tra le tante misure che contiene, c’è anche l’abolizione del famigerato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, la norma che obbliga le aziende con più di 15 addetti a riassumere un dipendente lasciato a casa, quando il licenziamento viene dichiarato illegittimo dal giudice.

Chi è stato assunto dal 2015 in poi, cioè dopo l’arrivo del Jobs Act, non gode più delle protezioni dell’articolo 18 ma ha diritto soltanto a ricevere dall’azienda un indennizzo in denaro, di importo crescente in proporzione agli anni di carriera. Ora che Di Maio è entrato nella “stanza dei bottoni” ed è diventato ministro del Lavoro, cosa farà dunque con le norme del Jobs Act? Le lascerà in vigore o le cancellerà definitivamente come promesso? 

Il Decreto Dignità

Per far risorgere l’articolo 18 basta una norma di legge di poche righe, che reintroduca nelle aziende con più di 15 dipendenti l’obbligo di riassumere chi viene lasciato a casa ingiustamente  Al momento, però, il ministro Di Maio appare in tutt’altre faccende affaccendato:  sta preparando il Decreto Dignità un provvedimento che ha l’obiettivo di combattere la precarietà del lavoro ma che ha ben poco a che fare con il Jobs Act. 

Il Decreto Dignità, almeno nella bozza iniziale illustrata da Di Maio al Sole24Ore, introduce alcuni vincoli sui contratti di lavoro a tempo determinato, che sono stati liberalizzati nel 2014 da un altro provvedimento del governo Renzi, precedente il Jobs Act: il Decreto Poletti. Nello specifico, verrà presto reintrodotto l’obbligo per le aziende di specificare nel contratto a termine la cosiddetta causale, cioè la ragione per cui il dipendente è stato assunto con un inquadramento precario e non a tempo indeterminato. In assenza della causale, l'imprenditore non potrà assumere a tempo determinato. 

Inoltre, verrà probabilmente abbassato a quattro il numero massimo di volte in cui, nell’arco di 3 anni, uno stesso contratto a termine per il medesimo dipendente può essere rinnovato appena giunge alla scadenza (oggi il limite è invece di ben 5 rinnovi in 36 mesi).  Si tratta in sostanza di piccoli aggiustamenti alle norme attuali e si tratta dunque cosa ben diversa dalla reintroduzione dell’articolo 18 promessa in campagna elettorale.  Per adesso, insomma, l’impianto del Jobs Act resta in piedi. 

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