Articolo 18, com'è oggi e come sarà in futuro

Gli emendamenti al Jobs Act del governo prevedono un nuovo contratto a tutele crescenti ma solo per le nuove assunzioni. Ecco cosa cambierebbe

Il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla Camera – Credits: Giuseppe Lami/Ansa

Andrea Telara

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Assunti a tempo indeterminato, ma senza le tutele previste dall'articolo 18. E' la prospettiva che attende (forse) i lavoratori italiani più giovani, se verrà approvata la riforma del welfare (Jobs Act) del governo Renzi. Ieri, il premier ha illustrato in Parlamento il suo programma dei mille giorni e si è soffermato più volte proprio sui temi del lavoro, con alcuni passaggi che hanno subito scatenato le polemiche, dentro e fuori dall'aula.


Articolo 18: le chiacchere di Renzi


Tutto ruota ancora una volta attorno al tanto discusso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che disciplina i licenziamenti individuali nelle imprese con più di 15 addetti. Come molti sanno, l'articolo 18 dà diritto, a un lavoratore lasciato a casa ingiustamente dall'azienda, di essere reintegrato al proprio posto, tramite una ordinanza del giudice. A dire il vero, questa regola non si applica sempre (si applicava soltanto fino due anni fa) perché la riforma Fornero del 2012 ha ammorbidito un po' le tutele, eliminando l'obbligo di reintegro per i licenziamenti ingiusti legati a motivazioni economiche. In questi casi, chi viene lasciato a casa ingiustamente ha diritto (in linea di massima) soltanto a un risarcimento in denaro.


L'articolo 18 e la riforma Fornero


L'obbligo di reintegro resta solo per i licenziamenti discriminatori (dovuti a pregiudizi razziali o politici nei confronti del dipendente) mentre per i licenziamenti disciplinari (legati, per esempio, a scarso rendimento o a insubordinazione) viene lasciato un margine di discrezionalità al giudice, che può decidere se reintegrare o meno il lavoratore nell'organico dell'azienda, qualora si accerti che il dipendente è stato lasciato a casa senza una valida ragione.


Le modifiche del governo

Quella appena descritta è la disciplina dell'articolo 18 in vigore oggi, dopo le contestatissime norme della Legge Fornero. Come cambierà con l'entrata in vigore del Jobs Act? Per adesso non è facile dare una risposta precisa perché la riforma del lavoro del governo Renzi è ancora in gran parte da scrivere. Al momento, c'è solo il testo di una legge-delega, che fissa alcuni principi generici. Spetterà poi all'esecutivo, con una serie di decreti attuativi del ministro del lavoro, Giuliano Poletti, trasformarli in norme più dettagliate. Ieri, però, il governo ha presentato un emendamento all'articolo 4 del Jobs Act, che è stato concordato con i partiti di maggioranza e che delinea cambiamenti significativi all'orizzonte per l'articolo 18 e per le regole dei licenziamenti.


In pratica, per tutti i giovani al primo impiego o per chi è disoccupato e deve essere reinserito in un'azienda, è prevista la nascita di un nuovo contratto di lavoro a tempo indeterminato e a tutele crescenti. Chi verrà assunto con questa modalità, non godrà delle protezioni previste dall'articolo 18 e quindi non avrà diritto a essere reintegrato nell'azienda, nell'eventualità di licenziamento ingiusto. Nel caso di una sentenza del giudice a lui favorevole, il lavoratore potrebbe sperare soltanto in una indennità in denaro proporzionale agli anni di servizio. Maggiore è l'anzianità di carriera, più alto è il risarcimento. Si tratta di un cambiamento già contenuto nel testo iniziale della legge-delega, che era stato presentato nella primavera scorsa e che non aveva fatto nascere molte polemiche.


Articolo 18 e Jobs Act, i problemi ancora aperti


Perché, allora, oggi si torna a litigare su questi temi? La materia del contendere ruota proprio attorno al testo dell'emendamento appena presentato dal governo, che contiene alcune differenze rispetto alla versione originaria del Jobs Act. Inizialmente, infatti, l'introduzione del contratto a tutele crescenti era prevista come possibile opzione, da adottare in via sperimentale. Ora, invece, questa nuova forma di assunzione senza articolo 18 sembra essere destinata a diventare la porta di ingresso nel mondo del lavoro per tutti i giovani (e anche magari per i disoccupati).


L'opposizione di Damiano e Fassina


Inoltre, il testo della legge delega non chiarisce molto bene un punto: quanto durerà la sospensione delle tutele dell'articolo 18 per i neoassunti? Sarà definitiva o soltanto temporanea? All'inizio si era parlato di un periodo di tre anni. Una volta superata questa soglia di anzianità di servizio, il lavoratore avrebbe dovuto godere delle tutele contro i licenziamenti (compreso l'eventuale obbligo di reintegro) previste per i suoi colleghi più anziani. Su tale aspetto, però, il testo della legge delega (che tra l'altro non fa neppure un esplicito riferimento all'articolo 18) è molto generico poiché lascia al governo ampio spazio di manovra, con la successiva approvazione dei decreti attuativi. Ed è proprio qui il nocciolo della questione. La sinistra del Pd di Cesare Damiano e Stefano Fassina, che fa opposizione a Renzi dentro il partito ed è vicina alle posizioni dei sindacati, non è disposta a dare al governo delle “deleghe in bianco” ma vuole un impegno preciso: le tutele dell'articolo 18 non devono essere cancellate del tutto, ma possono entrare in vigore gradualmente, cioè nell'arco dei 36 mesi successivi all'assunzione. E' una posizione che certo non piace ai principali alleati del Pd nel governo: il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano che, per iniziativa del senatore Maurizio Sacconi, cerca di superare del tutto l'attuale disciplina dei licenziamenti. In questo gioco delle parti che divide la maggioranza, la discussione sui temi del lavoro riparte dunque sempre da lì, dove sembra ferma ormai da 15 o 20 anni: dall'amato e odiato articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

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