Articolo 18: 3 motivi per cui il dibattito è inutile

L'illicenziabilità esiste, nei fatti, solo per gli assunti a tempo indeterminato nel settore pubblico. Per tutti gli altri (dopo la riforma Fornero) di fatto non esiste più

Il ministro del Wefare, Giuliano Poletti – Credits: Andreas Solaro/Afp

Marco Cobianchi

-

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è anacronistico, su questo non c’è dubbio. Lo ha ribadito anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in un'intervista a Millenium: "L'articolo 18 è un simbolo. Un totem ideologico. Proprio per questo trovo inutile stare adesso a discutere se abolirlo o meno. Serve solo ad alimentare il dibattito agostano degli addetti ai lavori".

In effetti potremmo dire che anche il dibattito sulla sua abolizione è anacronistico. Se si voleva eliminare il dualismo (protetti-non protetti) e aumentare la fluidità del mercato del lavoro doveva essere eliminato nel 2001, quando l’Italia non era in recessione. Oggi è inutile perché l’illicenziabilità c’è di fatto solo per i dipendenti pubblici e la riforma della Pa del ministro Marianna Madia non ha intaccato questo privilegio.

Leggi anche: cosa cambia (e cosa no) per i dipendenti pubblici

I motivi per i quali il dibattito intorno all’articolo 18 è inutile sono almeno tre.

Primo: la stragrande maggioranza dei contratti di lavoro che vengono firmati in Italia sono a tempo determinato per i quali non vale l’articolo 18. Qualche numero: nel primo trimestre del 2014 i contratti di lavoro sono stati 2.371.540 (l’1% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). I contratti a tempo indeterminato sono stati 418.396 (l’8,6% in meno), pari al 17,6% del totale. Significa che all’82,4% dei contratti attivati (a tempo determinato, collaborazioni, apprendistato) non si applica l’articolo 18. Oltre a questo, l’abolizione dell’obbligo di causale per i neo assunti con contratto a tempo determinato (deciso dal decreto del ministro del Welfare Giuliano Poletti) non farà che aumentare questa percentuale.

Secondo: non è (più) vero da almeno due anni che il dipendente assunto a tempo indeterminato nel settore privato sia "protetto" dall’articolo 18, perché le modifiche al mercato del lavoro introdotte dal ministro Elsa Fornero durante il governo di Mario Monti hanno limitato moltissimo tali protezioni. Infatti quella riforma venne fatta senza la firma della Cgil.

Da allora solo in caso di licenziamento discriminatorio (per motivi religiosi, orientamenti sessuali o per motivi razziali) viene applicato il reintegro automatico in azienda mentre è stato reso più semplice licenziare per giusta causa (il giudice, in caso di ricorso, può annullare il provvedimento e scegliere se imporre il reintegro oppure un risarcimento monetario) e per motivi economici (anche in questo caso il giudice può decidere, nel caso in cui stabilisca che l’azienda non è in crisi, per un risarcimento oppure per il reintegro mentre l’articolo 18 prevedeva il reintegro automatico). Ma in tutti e tre i casi l’articolo 18 è stato superato perciò chi si oppone alla "illicenziabilità" dovrebbe attaccare la riforma Fornero, piuttosto che lo statuto del lavoratori, e cercare di smantellare il potere del giudice di ordinare il reintegro.

Terzo (forse ancora più importante): nel testo del disegno di legge delega per la riforma del mercato del lavoro, il cosiddetto Jobs Act del ministro Poletti, si parla esplicitamente di "contratto a tempo indeterminato a protezione crescente" (un accenno viene fatto anche nel decreto che ha eliminato l’obbligo di causale nei contratti a tempo determinato). È evidente che un contratto a tutele crescenti elimina di fatto l’articolo 18 per i neo assunti senza alcun bisogno di introdurre, come è stato proposto, una specie di moratoria per i primi tre anni. Gli effetti del contratto "a tutele crescenti" sono ben chiari anche a Susanna Camusso, leader della Cgil, che più volte si è detta favorevole a questo tipo di contratto. D’altra parte, dal punto di vista del sindacato, è preferibile un tipo di contratto che preveda un aumento delle tutele per i lavoratori con il passare del tempo, piuttosto che contratti a tempo determinato (o, peggio, le false partite Iva) che prevedono livelli di tutela praticamente inesistenti.

Anche la Cisl e la Uil non hanno mai fatto davvero le barricate in difesa dell’articolo 18 e, ovviamente, nemmeno la Confindustria. Le uniche forze politiche contrarie sono Movimento 5 Stelle (sembra) e sicuramente Sel. Dal punto di vista politico, quindi, quando il leader del Nc, Angelino Alfano, rispolvera la necessità di abolire quell’articolo dello Statuto dei lavoratori, si differenzia, nei fatti, dalla sinistra estrema e dai grillini: uno sforzo inutile, visto che da quei movimenti politici è già sufficientemente differenziato. Se tenta di marcare la differenza con il Pd o "attaccare" i sindacati, forse, ha sbagliato argomento.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

La Camusso e l'addio all'articolo 18

Il segretario generale della Cgil apre definitivamente al contratto unico di lavoro, anche se manda definitivamente in pensione la tanto discussa norma anti-licenziamenti individuali. Poletti: lavoriamo per stabilire quali lavori possono essere svolti con la partita Iva e quali no

Le idee sul lavoro del ministro Giuliano Poletti

Garanzia Giovani, tutele progressive contro i licenziamenti e stimolo al no profit. Così il nuovo ministro del welfare vuol combattere la disoccupazione

Jobs Act, cinque cose da sapere

Presentato il disegno di legge delega per la riforma del lavoro del governo Renzi. Ma ci vorranno mesi prima di vederlo a regime

Commenti