Lavoro

Ape social, perché non ci sono soldi per tutti

Le domande per andare in pensione a 63 anni senza tagli sono più numerose del previsto. Per questo molti lavoratori finiranno in lista d’attesa

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Andrea Telara

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Il governo si aspettava un massimo di 60mila domande e invece ne sono arrivate più di 66mila. Sono quelle dei lavoratori italiani desiderosi di accedere all’Ape Social, l’anticipo pensionistico che consente di ritirarsi dal lavoro senza penalizzazioni con almeno 30 anni di contributi e 63 anni di età, cioè 3 anni e 7 mesi  rispetto a quanto prevede la Legge Fornero.


All’Ape Social si accede su base volontaria attraverso un’apposita richiesta da presentare all’Inps. La scadenza per l’invio delle domande era fissata per il 15 luglio ma è stato superato ampiamente il quantitativo preventivato dal governo, che per l’Ape Social ha stanziato circa 300 milioni di euro di risorse.

In pensione a 63 anni (forse)

Dunque, visto che i soldi per accontentare tutti gli aspiranti all’Ape Social non ci sono, c'è il rischio che almeno 6mila lavoratori rimangano per il momento a bocca asciutta. E’ previsto infatti che, in caso di risorse insufficienti, venga stilata una graduatoria entro il mese di ottobre, in cui sarà data la precedenza a chi è più anziano e più vicino alla soglia del pensionamento prevista dalla Legge Fornero. Chi vuole andare in pensione molto presto, per esempio appena compiuti i 63 anni, dovrà probabilmente mettersi in coda e attendere il 2018. Il prossimo anno, le risorse a disposizione saranno molte più di quelle messe a bilancio nel 2017 e supereranno la soglia dei 600 milioni di euro.

Anche nel 2018, però, ci sarà di sicuro una nuova platea di 63enni pronti a mettersi in lista per accedere all’Ape Social, con il rischio che si crei così una lunga coda di aspiranti pensionati costretti ad aspettare. Ovviamente, il governo può rimediare al problema stanziando un po’ più soldi del previsto, già a partire dai mesi successivi all’estate. Il problema sarà però trovare altre risorse nelle maglie strette del bilancio pubblico che resta sotto l’occhio vigile della Commissione Europea.

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