In America tra poco lavoro e stipendi bassi

Un report della Rutgers State University certifica: meno lavoro, meno guadagni, meno fiducia. È la "nuova normalità" made in Usa

L'immagine di uno scuola bus a New York dove, il mese scorso, gli autisti sono scesi in sciopero dopo il fallimento delle trattative per un aumento di stipendio con il sindaco Michael Bloomberg. Oltre 150mila bambini sono stati costretti a trovare un mezzo alternativo per raggiungere la scuola (Credits: Mario Tama/Getty Images)

Stefania Medetti

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La crisi ha regalato agli americani una nuova normalità. Lo certifica l’inchiesta “Vita e futuro ridimensionati: un ritratto dell’America nell’era della Grande Recessione”. Condotta dalla Rutgers State University , l’inchiesta non rivela niente di buono, riferisce Business Insider in un ampio articolo. Purtroppo. Perchè dietro alle magre cifre del Pil , i numeri della vita reale non hanno il segno più. E questo nonostante il Congresso abbia emesso titoli per otto trilioni di dollari dal 2007 a oggi, di fatto raddoppiando il debito pubblico, che ora tocca 16,48 trilioni di dollari, a cui si aggiungono 2,1 trilioni di dollari immessi dalla Fed sotto forma di nuove banconote, con il pretesto non ortodosso di stimolare l’economia .

A un giorno dal discorso di Barack Obama per il secondo mandato (e in cui si attendono parole proprio sul tema del lavoro e sulla crescita), la situazione non è certo delle migliori. “Cinque anni nella recessione hanno profondamente minato la fiducia nell’economia da parte degli americani e le aspettative per il futuro delle nuove generazioni”, scrivono gli autori del rapporto. La misura la danno i numeri.

Il 23% degli intervistati ha perso il lavoro negli ultimi quattro anni. Il 10% ha impiegato più di due anni per trovarne uno nuovo, il 22% non ne ha ancora trovato uno e il 34% ha smesso di cercarlo. Fra questi ultimi, figurano il 22% di licenziati fra i 18 e i 24 anni e il 62% oltre i 55 anni. I nuovi posti di lavoro creati, insomma, non sono riusciti a tenere il passo con la velocità dei licenziamenti. Anche chi possiede un lavoro, il 58% degli intervistati, è un gruppo più ristretto rispetto al 60% del 2010. A essere toccati sono soprattutto i lavoratori più poveri. Solo il 38% di chi guadagna meno di 30mila dollari l’anno ha un lavoro, contro il 71% di chi guadagna più di 60mila dollari.

Apparentemente, queste sono le buone notizie. E poi, ci sono quelle cattive: il 54% di chi ha perso il lavoro è stato tanto fortunato da trovarne uno nuovo, il problema è che guadagna meno di prima. E non si tratta di un effetto dell’inflazione. Un terzo di chi è stato licenziato ha dovuto accettare un taglio dello stipendio compreso fra l'11 e 30%. Un altro terzo degli intervistati ha fatto sapere di dover vivere con uno stipendio inferiore a più del 30% rispetto a prima. La nuova realtà fatta di lavori meno pagati o di tagli agli stipendi ha impattato sull’ottimismo. “Non solo le persone non vedono alcun segno di ripresa dell’economia, ma non lo vedono nemmeno in futuro”, prosegue il report. Addirittura, il 32% degli intervistati prevede che le cose andranno peggio. Nel 2010, vedeva nero il 27% del campione. A conferma di ciò, una piena ripresa nel prossimo futuro è attesa solo dal 12% delle persone, mentre il 25% ritiene che ci vorranno da sei a dieci anni e il 29% crede che non si tornerà mai a una piena ripresa.

Conclusione: il 60% delle persone è convinto che si sia entrati in una nuova normalità, una realtà più dura in cui i lavoratori sono pagati al di sotto del loro livello e, anche quando riescono a trovare un posto, hanno meno sicurezze di un tempo. Per sopravvivere a questa nuova condizione, le persone hanno attinto ai loro risparmi. Il 38%, infatti, dichiara di avere “molto meno” sul proprio conto e il 18% ha “un po’ meno” rispetto ai livelli pre crisi. Ma rimpolpare un conto prosciugato dalla crisi per chi guadagna meno di un tempo, mentre i prezzi continuano a salire, è quasi impossibile. E questo si traduce in un ulteriore calo della fiducia. “L’impatto della Grande Recessione è così ampio e corrosivo che toccherà la vita dei singoli, delle famiglie e del Paese per molti anni”, concludono gli autori dello studio. Del resto, la cosa è inevitabile, considerato il deficit accumulato, la quantità di moneta immessa e le condizioni delle banche che non sono più semplicemente “too big to fail” (troppo grandi per essere lasciate fallire), ma anche “too big to jail” (troppo invischiate per essere perseguite). Il futuro, insomma, non sarà una passeggiata.

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