Adecco: come vendere il lavoratore (un prodotto che nessuno vuole)

Il leader mondiale delle ricerche di personale arruola migliaia di giovani. E salva la legge Fornero. 

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Guido Fontanelli

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In 300 sono stati spediti in 21 piazze italiane. Per strada hanno contattato 15 mila ragazzi, li hanno intervistati per capire come vedono il loro futuro, li hanno ascoltati e alla fine li hanno invitati a rimettersi in gioco. Cercando un lavoro. Sì, avete letto bene: li hanno spinti a trovarsi un’occupazione. Ora, poiché il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è al 40,5 per cento e l’emergenza lavoro è al centro dell’agenda del governo Letta, sembra un controsenso avviare un’operazione di queste dimensioni quando trovare un’azienda che assume è più difficile di vincere al Superenalotto.

Eppure, non è così assurdo. Per due ragioni: la prima è che, in realtà, di imprese che stanno cercando giovani ce ne sono ancora. Poche, ma ce ne sono. La seconda è che chi ha mandato i propri collaboratori per strada è l’Adecco, ovvero una multinazionale la cui ragion d’essere è «piazzare»  lavoratori nelle aziende. Infatti l’obiettivo dell’iniziativa era spingere nelle sue 400 filiali ragazzi motivati e disponibili ad adeguarsi alle nuove richieste del mercato. Del resto è così che si combatte la crisi quando il tuo 'prodotto' sono i lavoratori, una merce oggi molto difficile da vendere.

'Come le case automobilistiche reagiscono inventando modelli per nuovi segmenti di mercato, anche noi cerchiamo di coprire le nicchie' spiega Federico Vione, 40 anni, amministratore delegato della Adecco italiana e responsabile di altri 18 paesi tra Est Europa, India, Medio Oriente e Nord Africa. 'Oggi noi stiamo cercando per i nostri clienti 6 mila lavoratori, di cui 1.500 a tempo indeterminato. Non sempre troviamo le persone adatte e quindi dobbiamo formarle noi. Ma abbiamo bisogno di persone motivate. Per questo il gruppo ha lanciato l’operazione Way to work in 500 città del mondo: perché troppi giovani hanno perso speranza e fiducia nel futuro. È un fenomeno pericoloso per la società e per noi che facciamo questo mestiere'. Molti dei giovani contattati per strada o attraverso la pagina Facebook creata appositamente per Way to work (107 mila mi piace) hanno ammesso di essere scoraggiati dopo tante porte sbattute in faccia, altri addirittura si dichiarano soddisfatti del loro stato di «Neet» nullafacenti («not in employment, education or training», non lavorano né studiano). 'Ed è un peccato, perché anche in un momento di crisi come quello attuale di opportunità interessanti ce ne sono. Chi ha una buona specializzazione, nel software, nell’amministrazione, nell’elettromeccanica, non ha particolari problemi'.

Data la sua attività, l’Adecco ha una visione abbastanza ampia del mercato: con 20,5 miliardi di euro di fatturato, la società svizzero-francese è leader mondiale nel lavoro temporaneo e nella ricerca del personale. In Italia l’Adecco è la numero uno con 1 miliardo di ricavi (in calo del 20 per cento dal 2008) e 1.700 dipendenti diretti. In un anno somministra (questo il termine tecnico) circa 150 mila lavoratori a 9 mila imprese. In gran parte con contratti temporanei, ma anche per assunzioni a tempo indeterminato. In condizioni normali il 40 per cento delle persone assunte con contratti interinali viene confermato a tempo indeterminato, mentre, con la crisi, questa percentuale è scesa al 25 per cento.

È stato nel 2009 quando sono arrivati forti e chiari i primi segnali che qualcosa nel mercato del lavoro italiano e internazionale non stava andando nel verso giusto. 'Mi ricordo riunioni molto critiche nella sede centrale della Adecco a Zurigo' racconta Vione. 'In alcuni settori le aziende europee non riconfermavano più i lavoratori, segno che gli ordini stavano riducendosi'. La filiale italiana della Adecco si trova ad affrontare una situazione difficile: dal dicembre 2008 al gennaio 2009 ben 35 mila lavoratori temporanei non vengono confermati dalle imprese. 'A queste persone abbiamo spiegato che il mondo era cambiato, che in futuro avrebbero dovuto accettare offerte di lavoro in sedi più lontane da casa e accrescere la propria preparazione'. Per reagire al nuovo scenario, la Adecco investe 10 milioni di euro in formazione: tecnici del settore auto vengono trasformati in montatori di pannelli solari, operai generici in lavoratori per l’industria alimentare, impiegati in cassieri per la grande distribuzione. Nel giro di circa 4-5 mesi il 60 per cento di quei 35 mila lavoratori è stato ricollocato.

Viste dal quartier generale della Adecco, molte idee diffuse sul lavoro appaiono come meri luoghi comuni. Per esempio, i lavoratori italiani non sono considerati meno disponibili degli stranieri o meno preparati. 'Semmai il limite delle famiglie italiane è che non sanno come funziona il mondo aziendale, eppure sono loro, e in particolare le madri, a cercare il lavoro per i figli'. E se le competenze degli italiani non sono un problema, sottolinea Vione, è semmai la cultura del posto che va cambiata: 'Il posto non c’è più, c’è la mia professionalità. E più è forte la mia professionalità, più sono in grado di poter dire all’azienda “guarda che se non mi vai bene me ne vado”, e non viceversa'.

Anche la legge Fornero, che il governo vuole modificare, viene giudicata in modo diverso rispetto alla vulgata: 'La legge aveva identificato un grande problema, la molteplicità di contratti flessibili in entrata. È un’anomalia italiana, che rappresenta un danno non solo per le persone, ma anche per il mercato e per il Paese: a minori diritti corrispondono salari più bassi. Però così dequalifichiamo il personale'. Avere fatto un po’ di pulizia nei contratti di ingresso in azienda è stato per Vione un atto meritorio.

Più critico invece il manager dell’Adecco sull’Aspi, il nuovo sussidio di disoccupazione, che 'carica di costi l’azienda e non aiuta il lavoratore'. Gli ammortizzatori sociali vanno bene ma, sostiene Vione, bisognerebbe puntare soprattutto su politiche attive: 'Per esempio, la legge italiana sul lavoro interinale è guardata con interesse all’estero perché prevede che il 4 per cento del monte salari dei lavoratori a tempo sia destinato alla formazione. E le risorse possono essere spese solo se almeno il 35 per cento dei lavoratori entra in azienda. Peccato che ora proprio all’Aspi sia destinata un parte di questo 4 per cento'. Vione suggerisce anche di rendere obbligatorio per le imprese che licenziano l’outplacement, cioè un servizio che aiuti le persone a rientrare nel mondo del lavoro.

Il ministro del Lavoro Enrico Giovannini vuole anche potenziare i centri per l’impiego, le strutture pubbliche che aiutano i disoccupati e dove lavorano circa 6.500 persone. Ma che, secondo Vione, dovrebbero lavorare in sinergia con i privati e finanziati in base ai risultati effettivamente ottenuti.

Ma, alla fine, si vede una luce in fondo alla crisi dell’occupazione? 'Nel 2014 dovrebbero arrivare i primi segnali di ripresa' rispondono all’Adecco. Che intanto cerca manutentori elettromeccanici, ingegneri, impiegati amministrativi, esperti di software Sap, per le aziende che ancora vanno bene e assumono. Incredibile ma vero.

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