Economia

Lavoro, quanto costa in tasse agli italiani e alle imprese

Il ministro del welfare, Elsa Fornero, vuole abbassare la troppo alta pressione fiscale sulle retribuzioni. Ecco come le imposte e i contributi divorano i salari

Il ministro del welfare, Elsa Fornero (Credits:LaPresse)

“Chiederò al governo di abbassare le tasse sul lavoro”. E' la promessa fatta oggi oggi in un'intervista radiofonica dal ministro del welfare, Elsa Fornero, in vista del consiglio dei ministri di domani.“Spero che il suo impegno sia fondato”, ha replicato subito il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che ha sottolineato l'importanza di ridurre la pressione fiscale sui salari, per rilanciare i consumi e la produttività.

CAMMINO DIFFICILE.

Non sarà tuttavia facile, per il ministro del welfare, riuscire a ottenere qualche concessione  dall'esecutivo, visto che il premier Mario Monti ha da poco bocciato l'ipotesi di abbassare l'irpef , mentre  la stessa Fornero ha ribadito la necessità di ridurre le tasse sulle retribuzioni senza però intaccare il gettito, cioè le entrate complessive dello stato. Non va dimenticato, poi, che l'ultima riforma del lavoro (fortemente voluta proprio dal ministro del welfare), si è mossa invece nella direzione opposta: per finanziare i nuovi sussidi alla disoccupazione e scoraggiare l'utilizzo dei contratti precari , i contributi sulle buste-paga verranno infatti innalzati nei prossimi anni, piuttosto che ridotti.

TUTTO SULLA RIFORMA DEL LAVORO

STIPENDI BASSI E COSTO DEL LAVORO ALLE STELLE.

Del resto, con le sue dichiarazioni di oggi Fornero ha evidenziato una realtà che molti nostri connazionali conoscono già benissimo. L'Italia vanta infatti da tempo un record negativo in Europa: quello di essere uno dei paesi con il costo del lavoro lordo più alto e con le retribuzioni nette (sottratti i contributi e le tasse) meno elevate. Secondo le rilevazioni dell'Ocse, nella Penisola il salario medio netto di un lavoratore senza figli a carico è di poco superiore a 27.700 dollari, contro gli oltre 38mila della Gran Bretagna e i 33mila circa della Germania.

Nello stesso tempo, però, le retribuzioni lorde che incidono sui conti delle imprese non sono  altrettanto a buon mercato, ma pongono l'italia ai vertici della classifica europea. Colpa delle tasse e dei contributi che,  secondo le statistiche dell'Ocse, nel nostro paese pesano sui salari per quasi il 47%, 1 o 2 punti in meno della Francia o alla Germania ma quasi il 10-15% in più della Gran Bretagna e alla Spagna  a addirittura oltre il 20% in più rispetto agli Stati Uniti e alla Svizzera.

CHI DIVORA I SALARI.

Per questo, un lavoratore italiano che percepisce uno stipendio medio-basso, oggi pesa  sui conti della sua azienda per una cifra più che doppia. Secondo le stime del Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro , una busta paga netta di 1.300 euro al mese, comporta per l'impresa un esborso di oltre 2.700 euro ogni 30 giorni. A divorare le retribuzioni c'è una lunga sfilza di tasse e soprattutto di contributi. In primis quelli pensionistici che arrivano sino al 33% del salario (23% circa a carico delle imprese e oltre il  9% a carico del lavoratore), a cui va aggiunto un altro 7% circa per il Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione (che può arrivare  anche al 9-10%, con un contributo aggiuntivo, se il dipendente sceglie di destinare i soldi a un fondo della previdenza complementare).

La lista dei balzelli sul lavoro, però, non finisce qui. Qualche altro punto percentuale del  salario se ne va per i contributi sociali alla maternità e alla disoccupazione (variabili a seconda dei settori), mentre le aziende devono pagare pure l'irap (imposta regionale sulle attività produttive), che è legata anche al numero dei dipendenti dell'impresa. Infine, come “ciliegina sulla torta” arriva l'irpef, (imposta sui redditi delle persone fisiche), che colpisce la busta-paga (in questo caso al netto dei contributi) ed è una tassa progressiva, con aliquote comprese tra il 23 e il 43%,  che crescono man mano che aumenta la retribuzione . Va inoltre ricordato che sui conti dell'impresa pesa anche la parte di salario percepita dal personale per le ore non lavorate e trascorse in permesso, in malattia o in ferie. Di conseguenza, un dipendente che ha una paga oraria netta di appena 5 o 6 euro, in realtà costa all'azienda più di 13 euro ogni 60 minuti.  Se vorrà ridurre le tasse o i contributi sui salari, insomma, il governo non avrà che l'imbarazzo della scelta, sempre che i vincoli del bilancio pubblico lo permettano.

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