La strategia della Cina contro i dazi di Trump

Analisi della guerra commerciale in corso vista dal fronte cinese che ha imposto tasse su 128 prodotti made in Usa

xi-jinping

Un manifesto di propanga del presidente cinese Xi-Jinping - 18 marzo 2018 – Credits: GREG BAKER/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Chissà se Donald Trump la pensa ancora come una settimana fa quando twittava "le guerre commerciali sono giuste, e facili da vincere" ora che la Cina ha fatto la sua mossa in risposta a quella statunitense. "Non abbiamo paura delle minacce americane", aveva annunciato solo qualche giorno fa l'ambasciatore cinese a Washington, Cui Tiankai, "ma combatteremo fino alla fine per difendere gli interessi legittimi del nostro paese con tutte le misure necessarie". E così è stato.

Cosa è successo

Quello di un'America "presa in giro e danneggiata da politiche commerciali scorrette" rappresenta uno dei cavalli di battaglia dell'amministrazione Trump sin dai tempi della campagna elettorale. Tant'è che ad "America First" il presidente ha sempre associato l'idea di cancellare tutti quegli accordi che avevano messo gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio. L'enorme debito negli anni accumulato con la Cina ha quindi reso quest'ultima l'inevitabile bersaglio della rappresaglia commerciale della Casa Bianca.

Un'offensiva che mina le capacità di crescita della Cina

Per ridurre un deficit commerciale che è arrivato a quota 375 miliardi di dollari (anche se secondo i calcoli delle autorità cinesi non supererebbe i 275), Washington ha prima imposto dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 su quelle di alluminio.

La misura ha inizialmente colpito tutti i paesi che esportano negli Usa, ma è stata in un secondo momento autorizzata un'esenzione temporanea per Unione Europea, Canada, Messico, Argentina, Australia, Brasile e Corea del Sud, confermando l'intenzione di voler colpire soprattutto la Cina.

Trump ha poi anticipato che entro massimo due settimane tutti i prodotti cinesi realizzati "sfruttando illegalmente brevetti americani" verranno tassati al 25 per cento.

La lista definitiva non è stata ancora finalizzata, ma è certo che colpirà le dieci aree strategiche che Xi Jinping ha inserito nel piano di sviluppo Made in China 2025, quello destinato a trasformare la Repubblica popolare in una potenza tecnologicamente avanzata. Robotica, veicoli elettrici, intelligenza artificiale, IT, automazione industriale, biotecnologie, energie rinnovabili, ingegneria navale e aerospaziale e digital economy sono certamente alcuni dei settori produttivi che verranno colpiti dai nuovi dazi, le cui perdite sono state stimate in 60 miliardi di dollari.

Sincerità e investimenti

Per Donald Trump la Cina non è sincera. Non ha mai accettato di mettere sotto pressione Pyongyang "come le abbiamo chiesto di fare" e non ha nessuna intenzione di "liberalizzare la sua economia come in più occasioni ha promesso", quindi per evitare che incrementi ulteriormente il suo vantaggio strategico, "dobbiamo fermarla". Ecco perché al Ministero del Tesoro è stato chiesto di mettere a punto una serie di misure per limitare gli investimenti cinesi negli Stati Uniti indipendentemente dal settore cui sono destinati: che si tratti di tecnologia o di attività culturali, tutto quello che fa la Cina va monitorato con attenzione, perché per la "tolleranza verso le pratiche sleali cinesi" nell'America di Trump non c'è più spazio.

La risposta cinese

Pur continuando a sperare in un improvviso cambio di rotta, Pechino ha deciso come rispondere all'offensiva commerciale americana. Anzitutto, come ha ben spiegato Agi, ha iniziato a dismettere i titoli di Stato americani, di cui è principale detentore. Poi ha identificato 120 prodotti americani importati e li ha appesantiti con una tassa del 15 per cento, tra cui frutta, vino e tubi di acciaio. Infine ha applicato tariffe del 25 per cento ad altri 8 prodotti che oggi Pechino importa dall'America, tra cui carne di maiale e alluminio riciclato.

Il danno economico per Washington è stato stimato dai cinesi in tre miliardi di dollari. E non è ancora chiaro se Pechino voglia mantenere fede all'accordo da 37 miliardi per una fornitura di Boeing o se, vista l'ostilità di Washington, deciderà di non rispettarlo e di sostituire gli aerei americani con gli Airbus europei.

Il nodo della legalità dei dazi

Donald Trump si sta muovendo così in fretta che è impossibile aspettarsi che l'Organizzazione mondiale del commercio possa pronunciarsi sulla legalità di queste misure commerciali prima della loro entrata in vigore. Quindi anche qualora quest'ultima dovesse dichiararli illegittimi, sarà comunque troppo tardi per rientrare dai danni che nel frattempo avranno provocato, sia dal punto di vista della libertà commerciale sia da quello della fiducia degli operatori.

Una guerra su più fronti

A dispetto delle dichiarazioni apparentemente neutrali del presidente americano, che anche dopo l'annuncio delle nuove misure commerciali restrittive ha ribadito di nutrire un "enorme rispetto" per il presidente Xi Jinping e di considerare quello cinese un governo "amico", i rapporti tra Pechino e Washington si stanno facendo sempre più tesi. La decisione statunitense di autorizzare una ricognizione della portaerei Carl Vinson nei pressi delle isole contese del Mare cinese meridionale ha infastidito molto la Cina, e lo stesso vale per il Taiwan Travel Act, misura che, autorizzando l'invio di personale diplomatico americano a Taiwan, di fatto apre la strada a un possibile riconoscimento ufficiale della "provincia ribelle" cinese. Come se non bastasse, le due superpotenze non sono riuscite a collaborare in maniera trasparente e completa nemmeno sul dossier nordcoreano.

I rischi reali di un conflitto

Il rischio che questa contrapposizione su più fronti finisca con lo sfuggire di mano è molto alto, non solo perché i nodi da risolvere sono numerosi e complessi, ma anche perché, per natura, interesse nazionale e ambizione personale Donald Trump e Xi Jinping non sono leader con cui è facile trovare un compromesso. Trump ha cambiato le regole del gioco talmente in fretta da impedire alla Cina di elaborare una contro-strategia adeguata. Pechino però sembra aver capito che attesa passiva e pazienza con l'America di oggi non servono a nulla. Trump vuole fare tutto a modo suo, e chi non è d'accordo o cerca di convincerlo con le maniere forti o è destinato a soccombere. E su una scacchiera dove il gioco si fa sempre più duro, non ci resta che sperare che i due leader capiscano dove e quando fermarsi per evitare il peggio.

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