Reato di violenza ostetrica: cosa prevede la proposta di legge

In Italia si dibatte su una legge di tutela dei diritti della partoriente che introdurrebbe anche una pena per gli errori in sala parto

Neonato con la mamma in sala parto – Credits: PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

Cristiano Cominotto

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È da mesi in atto un dibattito in merito al disegno di legge presentato nel 2016 denominato “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”. Questa proposta prevede l’introduzione di un reato di violenza ostetrica punibile con la reclusione da due a quattro anni, a meno che il fatto in questione non costituisca già un reato più grave. Tale progetto è più che mai attuale visti i numerosi casi di errori nelle sale parto che sono purtroppo accaduti nell’ultimo anno.

Guardando bene la giurisprudenza, l’origine di una proposta di legge che tuteli i diritti della partoriente ha un’origine più lontana e più ampia. L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha infatti da tempo pubblicato un documento relativo alla prevenzione e all’eliminazione degli abusi prima e durante il parto. Tra le numerose misure presenti all’interno dello scritto, viene espressamente richiesto ai Governi un maggiore supporto in merito alle ricerche e alle azioni da intraprendere per evitare gli abusi alle donne in attesa e nelle sale parto. Esistono dei Paesi che già si sono adeguati a queste richieste dell’OMS: si ricordano ad esempio l’Argentina, il Messico e il Venezuela. A conferma della sensibilità e dell’effettiva esistenza del problema, va aggiunto che attualmente in Italia esiste un movimento di donne particolarmente attive sui social network, che sulla pagina Facebook @Bastatacere ha già raggiunto più di 20.000 iscritti.

Alcune delle violenze segnalate sono gli ingiustificati e dolorosi tempi di attesa durante il travaglio per partorire, l’obbligo di dover scegliere la posizione supina durante il parto senza poter richiedere posizioni più comode o naturali, la mancanza di un consenso informato nelle fasi precedenti e coeve al parto che illustri adeguatamente alla paziente i rischi connessi alle scelte effettuate.

Proprio per quello che concerne il consenso informato va ricordata la peculiarità italiana dell’elevato numero di parti cesarei rispetto ai parti naturali. I dati Istat del 2013 indicano in Italia una percentuale di parti cesarei pari al 36,3% contro una media europea del 26,7%. Laddove le indicazioni dell’OMS dell’aprile 2015 consigliano di rimanere all’interno di una percentuale di parti cesarei tra il 10% il 15% del totale delle nascite. Come si vede, la percentuale italiana è più del doppio di quella segnalata dall’OMS.

L’Italia però non è del tutto priva di normative. Infatti già esistono delle iniziative regionali che tutelano le donne; a tal fine va ricordata la legge regionale del Lazio del 3 giugno 1985 numero 84, la quale promuove le condizioni per assicurare la dimensione umana del parto. Quello che manca in Italia è certamente una legge nazionale che, recependo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità promuova il rispetto delle donne durante il parto, sanzionando gli abusi e creando una disciplina unitaria sulla materia.

Sta di fatto che le pazienti hanno diritto a essere tutelate non solo dal punto di vista strettamente sanitario, ma anche dal punto di vista morale e della dignità umana. È quindi necessario tenere in considerazione che nel momento del parto una donna è particolarmente vulnerabile, non solo per quanto riguarda la salute ma anche sotto l’aspetto psicologico. “Ogni donna ha il diritto ad ottenere i più alti standard di salute, che includono il diritto ad avere un’assistenza sanitaria dignitosa e rispettosa”  così si esprime l’OMS nei confronti di una questione tanto importante.

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