Economia

Italia, colonia di Francia

Oltre all'accordo Fca-Puegeto ci sono molte aziende nelle mani dei cugini transalpini. Fusioni, unioni tutte a loro vantaggio

MAcron Francia

Francesco Bonazzi

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Piero Fassino è uno che la sa lunga. Oltre ad aver sfidato dieci anni fa Beppe Grillo «a farsi un partito», nel maggio del 2015, da sindaco Pd di Torino, minacciò così Chiara Appendino, che gli dava il tormento dai banchi dell’opposizione: «Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo se poi sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di poter fare». Neppure 13 mesi dopo, la 31enne grillina lo staccò di otto punti al ballottaggio. Ma niente, l’ex allievo dei Gesuiti dell’Istituto sociale di Torino ha una fede incrollabile nelle proprie capacità divinatorie e allora il 31 ottobre scorso ha impartito la sua fondamentale benedizione alla fusione Psa-Fca. Una specie di profezia rossa che fa tremare i polsi a 29 mila dipendenti italiani della casa automobilistica anglo-olandese, visto che le chiavi della ditta le avrà in mano Carlos Tavares, attuale amministratore delegato del colosso francese e noto tagliatore di teste. Ebbene, per Fassino «con l’accordo Fca-Peugeot nasce un altro player globale che dimensionandosi a una scala più grande avrà così maggiori possibilità di ampliare la capacità produttiva e di garantire livelli di occupazione e continuità dei siti produttivi». Non solo non è riuscito a scrivere la parola «operai», ma anche «stabilimenti» gli è sembrata troppo diretta.

Il problema è che Peugeot ha lo Stato francese nel suo azionariato, con una quota del 12,7 per cento, ed Emmanuel Macron ha già ottenuto la garanzia che gli stabilimenti transalpini non verranno toccati. Del resto, i francesi sanno farsi rispettare, su queste faccende. Macron è liberista ed europeista a giorni alterni e se in patria difende sempre i posti di lavoro del suo elettorato dai datori di lavoro stranieri, i gruppi transalpini, quando scendono in Italia a fare affari e a rilevare marchi prestigiosi, spesso dopo un po’ di tempo calano la scure sugli organici e mandano a casa i dipendenti persino quando la filiale italiana ha l’unico torto di produrre utili. Così, da un lato si è costretti a vedere i franco-indiani rilevare l’Ilva di Taranto solo per chiuderla e non farla conquistare ai concorrenti di Jindal, dall’altro la stessa ArcelorMittal, in Francia, fu bloccata da François Hollande con una legge ad hoc quando stava per licenziare operai francesi. E sempre Macron, appena eletto, due anni fa fermò l’acquisizione dei cantieri di Saint-Nazaire al tribunale fallimentare da parte di Fincantieri, nazionalizzando Stx dopo che l’avevano prima mollata a dei coreani (più affidabili dello Stato italiano?) e ottenendo anche una moratoria di otto anni su stabilimenti e numero di addetti in Francia. Si può discettare più o meno a lungo su un possibile colonialismo di Parigi, ma alla fine tocca ammettere che ci sono politici che fanno gli interessi nazionali e politici che, quando va bene, fanno le anime belle della globalizzazione.

L’ultimo caso, piccolo ma assai emblematico, è quello che riguarda Europcar. L’azienda francese è uno dei leader mondiali dell’autonoleggio, con un miliardo di fatturato e 129 milioni di utile nel 2018. La controllata italiana ha diffuso dati entusiasmanti fino a pochi mesi fa, ma ai primi di novembre ha annunciato la volontà di lasciare a casa 70 dipendenti, quasi tutti a Roma. Sindacati allibiti e amarissima constatazione della Fit-Cisl del Lazio: «Non è pensabile che un’azienda che va bene e che ha risultati economici straordinari decida di licenziare persone. Il mondo del noleggio è questo: la testa resta all’estero e in Italia si fanno gli utili». In effetti, gli ultimi tre bilanci registrano oltre 65 milioni di utili complessivi su una media di 250 milioni di fatturato annuo. Il problema è che non è solo il mondo dell’autonoleggio che funziona così.

Ancora una volta, per delineare la mappa della situazione bisogna ringraziare il profeta Piero da Torino, la cui sofferta magrezza deve avere un misterioso collegamento con la pesantezza delle visioni che si porta dentro. Sempre nel comunicato stampa in gloria della fusione Psa-Fca, l’ex segretario del Pd ci ricorda: «Nasce un altro grande player italo-francese, come Luxottica-Essilor, Fincantieri-NavalGroup, Lactalis-Parmalat, Bnl-Bnp e le molte integrazioni nel settore della moda, confermando così la complementarietà dei sistemi produttivi di Italia e Francia». L’agenzia Ansa di quel giorno si chiude così: «Lo ha dichiarato Piero Fassino, presidente dell’associazione parlamentare di amicizia Italia-Francia». E insignito da Parigi della Legion d’Onore, la massima onorificenza francese, al pari di tutto il piano nobile del centrosinistra italiano, ovvero Massimo D’Alema, Franco Bassanini, Dario Franceschini, Enrico Letta, Sandro Gozi, Giovanna Melandri, Walter Veltroni, Roberta Pinotti, Romano Prodi e Beppe Sala. A occhio, nel mazzo ci sono almeno quattro «quirinabili» (D’Alema, Prodi, Veltroni e Franceschini) e tre possibili premier (Sala, Letta e lo stesso Franceschini).

Ora, sulla fusione Essilor-Luxottica, dalla quale è nato il colosso mondiale degli occhiali e del lusso, c’è poco da dire, a parte che nel primo anno di vita è stato squassato da una lite furibonda sulla governance, alla quale non era estraneo lo sciovinismo francese e il peso dell’associazione dei soci-dipendenti, sempre francesi. Ma la faccenda è stata risolta con un arbitrato a Parigi e una sostanziale vittoria di Leonardo Del Vecchio. In Francia, l’anno scorso, se n’è parlato parecchio. In Italia, come sempre in questi casi, nessun politico ha osato «disturbare il manovratore». Il «salvataggio» di Parmalat da parte di Lactalis, invece, è una storia ben diversa. Nel 2011, il colosso francese scalò in Borsa l’ex gruppo della famiglia Tanzi (travolta nel 2003 da un crac finanziario di dimensioni epocali, con un buco da 14 miliardi di euro e 150 mila investitori coinvolti) e nel giro di poco tempo chiuse subito tre stabilimenti in Lombardia, ridimensionandone altri. Sul fronte occupazionale, oggi i dipendenti in Italia sono ancora 2 mila (erano 2.042 al 31 dicembre 2011), nonostante una ristrutturazione poderosa. Ma i 35 esuberi annunciati in estate sono un piccolo campanello d’allarme.

Il fatto è che Lactalis a giugno ha rilevato anche la Nuova Castelli (500 milioni di fatturato), entrando di prepotenza nel mercato del parmigiano reggiano, e non poteva certo dichiarare decine di licenziamenti in Parmalat. Rischio di delocalizzazione e produzione del parmigiano in Francia, magari per somministrargli l’eutanasia? Onestamente no, perché il disciplinare del formaggio italiano più famoso nel mondo richiede latte italiano e zone di produzione ben precise.

Ma il problema è ancora più grave: Lactalis compra ormai oltre un terzo del nostro latte e le organizzazioni agricole italiane denunciano da tempo che terrebbe il prezzo troppo basso, strangolando gli allevatori. Il gruppo francese ribatte che paga il latte un centesimo al litro più che da altre parti e ogni tanto minaccia di rivolgersi altrove, ma è chiarissimo chi comanda. Non solo. A gennaio Parmalat è stata «delistata» da Piazza Affari, come del resto si ipotizzava da almeno sei anni, il che ovviamente aumenta la libertà di manovra e la riservatezza di Lactalis.

Al di là del tema occupazionale, quando i governi ulivisti di fine anni Novanta spalancarono il mercato della grande distribuzione ai francesi (la prima Tangentopoli torinese, nel 1989, fu proprio sullo sbarco dei francesi con un ipermercato chiamato «Le Gru») non tennero in considerazione gli effetti devastanti che avrebbe avuto nel medio e lungo periodo sull’agroindustria italiana, con contadini spesso costretti a lavorare sottocosto o a mandare al macero interi raccolti. E ora che la pacchia è finita, con la domanda interna ferma da una decina di anni e nonostante i consumi alimentari siano anticiclici per definizione, arriva anche il conto degli esuberi.

Carrefour ha annunciato 590 posti di lavoro da cancellare nel triennio nei suoi 1.076 punti vendita italiani, su un totale di «18 mila collaboratori», come li ha chiamati gentilmente all’apertura della vertenza sindacale. E se qui va detto che l’azienda ha per ora promesso di volerli gestire «su base volontaria», non così accade dal concorrente Auchan, che ha deciso di dire addio all’Italia e a metà maggio si è fuso con Conad, dando vita a un gruppo da 17 miliardi di fatturato che ora insidia il primato delle Coop. Auchan aveva 20 mila dipendenti e 1.600 punti vendita, e all’atto della «grande alleanza», ovviamente, i protagonisti hanno parlato di «continuità aziendale».

Nell’acquisizione, Conad si è fatta assistere da Raffaele Mincione, l’acrobatico finanziere balzato recentemente all’onore delle cronache per la tentata scalata a Carige e coinvolto nell’ultimo scandalo immobiliare del Vaticano a Londra, ma il 30 ottobre ha scritto al ministero dello Sviluppo economico chiedendo aiuto. «La situazione dei supermercati Auchan in Italia versa in grave crisi e può essere risolta solo con interventi organizzativi e di business a carattere straordinario, efficaci e tempestivi», si legge nel documento. Gli italiani hanno scoperto che gli 800 milioni persi da Auchan Italia in tre anni, nel solo 2019 diventeranno «1,1 milioni al giorno». (A)morale della solita bella favola dell’«alleanza» italo-francese, adesso ci sono sul tavolo 3.105 esuberi e, quantomeno, una caterva di cassa integrazione straordinaria. Ma il conto non arriverà a Parigi.

Meno nota, ma non meno interessante, la Campagna d’Italia di Teleperformance. Sul sito della sua controllata, che ha sedi a Roma e Taranto, si definisce «leader mondiale nell’offerta di servizi di contact center, presente in 65 Paesi nel mondo attraverso 311 contact center e con oltre di 190 mila risorse». A febbraio ha dichiarato 300 esuberi su 3 mila «risorse», ma dopo due mesi di trattative con i sindacati (che non capivano le motivazioni economiche) li ha ritirati e ha firmato un accordo al Mise. Teleperfomance ha portato a casa (dai contribuenti italiani): 12 mesi di cassa integrazione a rotazione fino al primo maggio 2020 per 953 dipendenti. Forse anche per questo, la nostra Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato, il 18 settembre scorso, «ha attribuito a Teleperformance Italia il rating di legalità con il punteggio "✩✩+”, certificando l’integrità etica e il rispetto di elevati standard di legalità, trasparenza e responsabilità sociale nella gestione aziendale» (nota dell’azienda).

Scarsa «responsabilità sociale», invece, è stata dimostrata da Psa, proprio nei giorni in cui si preparava la fusione con Fca. La controllata Opel ha comunicato a sorpresa di voler licenziare 62 lavoratori dello stabilimento di Fiumicino dal quale, fin dal 1969, vengono spediti i ricambi auto a tutte le concessionarie d’Italia. Con tutti i numeri positivi strombazzati nelle stesse ore da Tavares e John Elkann sui giornali italiani, questi 62 licenziamenti stridono un po’. Ma il giro di vite occupazionale «made in France» va in scena un po’ ovunque, dalla Engie di Bari (15 esuberi su 100 dipendenti) alla Pernod Ricard. Il fatto è che mentre gli europeisti di casa nostra si trastullano con le commemorazioni di Ventotene, nelle fabbriche e nelle reti commerciali va in scena un film ben diverso e per certi versi spietato.

L’Italia, colpevolizzata per il suo debito pubblico da capogiro, è pur sempre un ricco mercato da 60 milioni di consumatori e ha una ricchezza notoriamente ben superiore a quella dichiarata. Inoltre ha tanti bei marchi e nessuna politica industriale. E i posti di lavoro che non si possono tagliare in Francia, grazie alla nuova legislazione sul lavoro si possono benissimo sopprimere in Italia. Per la gloire di Monsieur Macron, al tempo stesso europeista, liberista, statalista, protezionista, globalista e nazionalista. Nel tempo lasciatogli libero dal criticare Donald Trump e i suoi dazi. 

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