Economia

Iran, fine degli accordi sul nucleare: i rischi economici per l'Italia

Il nostro Paese, nell’Unione, è il primo partner commerciale di Teheran, e a rischio ci sono commesse per 30 miliardi di euro

petrolio

Giuseppe Cordasco

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La decisione del presidente americano Donald Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano potrebbe avere pesanti conseguenze economiche per l’Italia.

La decisione del numero uno della Casa Bianca, per il momento unilaterale, se si fa eccezione per il beneplacito di Israele, porterà con sé infatti inevitabili sanzioni economiche, che, nel caso dovessero costringere il nostro Paese ad un forzato adeguamento, avrebbero effetti non indifferenti sulla nostra bilancia commerciale.

L’Italia infatti, tra i Paesi dell’Unione, è quello che attualmente fa i maggiori affari con Teheran, con in ballo, tra commesse nei settori dell’energia e delle infrastrutture e interscambio commercaile, un piatto del valore di circa 30 miliardi di euro.

Non che Gran Bretagna e Francia non ci rimettano altrettanto, d’altronde Londra e Parigi per il momento cercano anch’esse di resistere alla decisione presa da Trump, ma di certo la posta in palio per l’Italia è più significativa. E allora vediamoli i numeri che dimostrano quanto attivo sia il rapporto commerciale tra il nostro Paese e l’Iran.

Partner commerciale privilegiato

Per capire quali sia il livello delle relazioni economiche tra Italia e Iran, e quanto eventuali sanzioni possano incidere su di esso, bastano alcune significative cifre. Nel 2011, prima che scattassero le sanzioni contro Teheran per le presunte attività legate alla costruzione di ordigni nucleari, l’interscambio tra il nostro Paese e quello degli Ayatollah, era di circa 7 miliardi di dollari.

Dopo l’introduzione delle citate sanzioni, il volume delle relazioni commerciali crollò a poco più di un miliardo di dollari. Con la firma, a livello internazionale, degli accordi sul nucleare voluti dall’allora presidente americano Barack Obama e realizzati dal suo Segretario di Stato John Kerry, l’interscambio tra Iran e Italia è ripreso con grande vigore. In particolare lo scorso anno si è toccata la quota di circa cinque miliardi di euro, dei quali tre miliardi di importazioni, e parliamo quasi esclusivamente di petrolio, e due miliardi di nostre esportazioni.

Interessi toccati: Eni…

Come accennato, una delle principali voci economiche di interesse dell’Italia in Iran è rappresentata dall’energia e più nello specifico dal petrolio.

In questo senso i rapporti dell’Eni con Teheran sono ormai consolidati da decenni, e anche nei periodi più burrascosi della storia iraniana non si sono mai interrotti. Di certo però hanno subito dei forti ridimensionamenti ed è quello che potrebbe avvenire anche in questa occasione.

D’altronde dalla Casa Bianca sono stati molto chiari: le imprese straniere devono interrompere qualsiasi rapporto con Teheran, o altrimenti ci saranno conseguenze per chi ha rapporti con il sistema bancario americano. Una minaccia che avrà di certo fatto fischiare le orecchie al management dell’Eni che, tra gli altri, ha interessi nell’estrazione di greggio in Alaska e Texas.

…ma non solo

Ma l’Eni non è di certo l’unica società che subirebbe pesanti conseguenze dalla reintroduzione di sanzioni economiche contro l’Iran. Qualche anno fa infatti, l’attuale presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in veste allora di ministro degli Esteri, guidò una delegazione di imprese italiane a Teheran, subito dopo la firma degli accordi sul nucleare.

Le società coinvolte nella spedizione commerciale erano tutte appartenenti al settore delle infrastrutture: da Ferrovie dello Stato ad Ansaldo, passando per Technimont, solo per citarne qualcuna. Fu l’occasione per imbastire accordi del valore di centinaia di milioni di euro, in un Paese che ha bisogno come il pane di modernizzare le proprie reti infrastrutturali.

Una rinnovata e rinforzata collaborazione commerciale che aveva l’obiettivo di aumentare le esportazioni italiane in Iran, arrivando magari a toccare il picco dei 2,6 miliardi di euro registrato nel 2005.

Tutte queste premesse però ora potrebbero subire un duro colpo dal dietrofront di Trump sugli accordi nucleari. Vedremo se l’iniziativa statunitense terrà il punto, oppure se la contrarietà dimostrata, come detto, non solo dall’Italia ma anche da altri partner europei potrà, perlomeno, ottenere un ammorbidimento delle posizioni della Casa Bianca.

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