Ilva, Bridgestone, Osram: in Puglia è SOS lavoro

Viaggio in una delle Regioni più tartassate d'Italia: tra crisi di stabilimenti, cassa integrazione e paure dei lavoratori

Nella foto alcuni lavoratori dell'Ilva di Taranto, che manifestano contro la chiusura dell'impianto. (Credits: Getty Images)

Eleonora Lorusso

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Non bastava l'Ilva, non bastava la Bridgestone, non bastavano le tante manifatture che lavorano per grandi imprese del nord Italia. Ora a minacciare di chiudere i battenti c'è anche la Osram: l'azienda tedesca che produce lampadine e materiale da illuminazione rischia di ridurre ulteriormente il numero di dipendenti che lavorano nello stabilimento di Bari. Al momento sono 220, già più che dimezzati rispetto ai 500 di 10 anni fa. Da quattro anni, però, la cassa integrazione si ripete a intermittenza e ora i dipendenti, spaventati dopo il caso Bridgestone, temono il peggio.

Sono tante, infatti, le aziende che si trovano nelle stesse condizioni della Osram e che temono una ulteriore "cura dimagrande" del personale, in un momento in cui la crisi non risparmia nessuno. La stessa multinazionale delle lampadine, controllata da Siemens, ha uno stabilimento anche a Treviso, dove sono stati annunciati 130 esuberi, nonostante lì si producano lampadine al led, tecnologia su cui la stessa Siemens sta puntando ma che verrà concentrata altrove. Per questo a Bari i lavoratori hanno paura, finora rincuorati solo dal fatto che nel capoluogo pugliese resta un piccolo centro di ricerca specializzato nella realizzazione di lampade Uva e Uvc.

Qualcuno lo chiama già "effetto domino" Bridgestone. Il colosso degli pneumatici, infatti, i primi di marzo aveva annunciato la chiusura dello stabilimento di Modugno-Bari, che dà lavoro a 950 persone, entro il 2014. L'azienda giapponese, tramite l'ad di Bridgestone Europa Franco Annunziato, aveva spiegato che la decisione era dettata da un calo strutturale della domanda nel segmento per auto, che - come si leggeva in una nota dell'azienda - è passata "dai 300 milioni di unità del 2011 ai 260 milioni del 2012 (-13%) con previsioni che stimano un recupero dei volumi pre-2011 soltanto a partire dal 2020".

Una data troppo lontana, secondo le logiche di mercato, per giustificare un impianto tanto grande. Come specificato ancora dalla Bridgestone, a penalizzare l'impianto pugliese è la "pressione crescente esercitata dai produttori dei Paesi emergenti". Insomma, il costo del lavoro in Italia, anche al sud, è troppo alto rispetto ai concorrenti: da qui la necessità di "accelerare lo spostamento strategico della propria produzione verso il segmento degli penumatici di alta gamma", che non può però avvenire nell'impianto di Modugno-Bari. Per ora l'azienda ha ritirato l'irrevocabilità della chiusura , aprendo una trattativa con i sindacati, che si annuncia molto difficile.

Casi isolati? Non esattamente. Se per il futuro dei 950 lavoratori della multinazionale giapponese (ma non per i 1.500 dell'indotto) si è avviato un tavolo per trovare una mediazione, ci sono molte altre realtà in condizioni analoghe e che, prima ancora di Bridgestone e Osram, hanno dovuto fare i conti con i costi della manodopera, come la Om carrelli elevatori. Fondata a Modugno nel 1969 dalla Fiat-Iveco, si specializzò nella produzione di carrelli con alimentazione elettronica. Passata poi di mano nel 1993 alla Linde Agv, divenne interamente tedesca l'anno successivo, fino al 2012, quando i vertici, dalla Germania, hanno annunciato la chiusura dello stabilimento che un anno fa impiegava 282 lavoratori (a fronte dei 320 degli anni precedenti).

La sorte dello stabilimento, in questo caso, è passata attraverso due banche finanziarie: la Linde, infatti, è una società tedesca di diritto, controllata interamente da Kion Group, che a sua volta fa capo al fondo di investimento Kohlberg Kravis Roberts & Co Lp (Kkr) e a Goldman Sachs Group. Come spiegato da Ettore Zoboli, all'epoca responsabile vendite e servizi di Om Italia, la produzione andava spostata ad Amburgo. Oggi la Om carrelli è riuscita a "salvarsi" grazie all'intervento della Frazer-nash Industry. A gennaio è stato infatti annunciato che, dopo due anni di lotte da parte dei dipendenti per sollecitare una riconversione dello stabilimento, si tornerà a produrre, e in questo caso si tratta dei taxi ecologici per Londra. Per gli oltre 200 lavoratori in cassa integrazione si tratta di una speranza, che invece i dipendenti dell'Ilva di Taranto non intravedono nel futuro più imminente.

Un mese fa, infatti, i sindacati avevano annunciato la cassa integrazione per 6.500 dipendenti, dei quali 6.417 nel solo stabilimento tarantino (altri 23 nello stabilimento di Patrica, a Frosinone, e 67 al Centro Servizi Torino). L'istanza per la cig straordinaria era stata motivata dalla necessità di ristrutturare l'impianto, nell'ambito della bonifica per ridurre l'inquinamento della fabbrica, come previsto dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Solo pochi giorni fa, però, si è trovato un accordo al ministero del Welfare , che permette di evitare la cassa integrazione, sostituita da contratti di solidarietà, che prevedono 3.749 esuberi temporanei. In base all'accordo sono stati individuati 11.059 "solidarizzanti" (su un totale di 11.500 addetti Ilva totali), ai quali corrisponderà una percentuale massima di riduzione dell'orario di lavoro del 34%.

Il tutto per permettere all'azienda, come si leggeva in un comunicato, di "adeguare tempestivamente le produzioni di acciaio al livello di domanda di prodotto attesa dal mercato di riferimento, consentendo, anche attraverso la drastica riduzione dei costi, di limitare e, in un secondo tempo, annullare le perdite di esercizio". Basterà questo a tranquillizzare chi, per ora, dovrà fare i conti con stipendi e lavoro ridotti?

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