Economia

Il referendum e la crisi bancaria preoccupano gli investitori

Crisi migratoria, crisi del debito, debolezza del credito e instabilità politica: siamo il Paese - secondo un sondaggio - che rischia di più la fuoriuscita dall'euro nei prossimi 12 mesi

renzi-padoan

Redazione Economia

-

Il referendum che si terrà in Italia il 4 dicembre è una fonte profonda di preoccupazione per gli investitori internazionali.

Secondo gli addetti ai lavori il rischio, in un Paese dove - per dirla con il ministro dell'Economia Padoan -   "le prospettive economiche restano deboli ed esposte a significativi rischi al ribasso"  è che le incertezze sull'esito del voto e sulla governabilità in Italia (qualora vincesse il No) possano innescare nel breve-medio periodo effetti sistemici, come accaduto nel referendum britannico, diffondendo un atteggiamento di attesa che deprime gli investimenti e la ripresa dei consumi. 

Secondo un sondaggio di Sentix - un gruppo di ricerca con base a Francoforte  che su base mensile intervista un migliaio di investitori - l'Italia avrebbe oggi il 9,9% di possibilità di lasciare l'eurozona nei prossimi 12 mesi, rispetto all'8,5% della Grecia. È la prima volta che il nostro Paese è davanti ad Atene dal giugno 2012.

Tra  le cause, il timore della tenuta del nostro sistema creditizio e la possibilità che una eventuale vittoria del No aggravi le prospettive della governabilità del nostro Paese e acceleri la crisi istituzionale.

La questione è stata così sintetizzata sul Sole24ore da Edward Bonham Carter, vicepresidente della società di gestione di fondi britannica Jupiter, con 44,5 miliardi di attivi in gestione:

La domanda che gli investitori si pongono, dall’estero, è: per cosa voteranno gli italiani? Per una riforma costituzionale? Per o contro il Governo Renzi? Oppure sul voto convergerà una più vasta protesta anti-sistemica, che potrebbe usare il referendum come grimaldello per qualcosa di più grande? Questa è la domanda. Per questo cresce l’ansia sui mercati: perché la protesta anti-sistema sta portando protezionismo in molte parti del mondo, dunque minore crescita economica. E grande incertezza. I mercati, per di più, nel breve termine tendono a reagire con eccessiva emotività: per cui un impatto credo che il referendum lo avrà.

Se è vero che la politica degli Stati nazionali - sempre più deboli rispetto ai grandi fondi privati - produce ormai effetti limitati, e momentanei, sui mercati finanziari, ci sono però alcune eccezioni - come la Brexit e, appunto, il quesito referendario italiano - che possono produrre fibrillazioni fiinanziarie a catena che finirebbero per rendere fosche le prospettive di ripresa dei Paesi considerati più esposti, come tutti gli Stati dell'area sud del Mediterraneo, già gravati dalla montagna del debito.

Parlando in un convegno a Roma, lo stesso ambasciatore americano in Italia, John Philips aveva lanciato qualche mese fa l'allarme, suscitando una serie di critiche politiche molto vivaci: 

Una vittoria del No al referendum costituzionale sarebbe un passo indietro per attrarre gli investimenti stranieri in Italia. 63 governi in 63 anni non danno garanzie. il referendum offre una speranza e una opportunità per la stabilità di governo.

Insomma: la percezione che il referendum promosso dal governo Renzi possa essere bocciato alle urne, unitamente ai dati nient'affatto incoraggianeit sulla crescita e sulla solidità del nostro sistema creditizio, sta producendo tra chi investe in Borsa una crisi di fiducia che giocoforza può produrre anche effetti sistemici sull'economia reale e sull'occupazione. Si aggiunga che, nei mercati, è sempre più forte la preoccupazione per la tenuta dell'intero settore bancario del nostro Paese, specie di quegli istituti territoriali che hanno già manifestato nei mesi scorsi numerosi casi di sofferenza. Edward Parker, il responsabile rating sovrani per Europa Medio Oriente dell'agenzia Fitch, la vede così: 

Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia. Se ci fosse un voto per il no, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano.

I problemi delle banche italiane, come quelli patrimoniali di Mps e UniCredit, oppure la montagna gigantesca di crediti inesigibili in portafoglio (superiore ai 300 miliardi di euro), stanno producendo da mesi una lenta e apparentemente fuoriuscita di capitali dai bond emessi dal settore finanziario italiano, con effetti a catena sul debito pubblico.

La perdita di fiducia negli asset italiani, come bond e titoli delle banche quotate, sostiene il paper accademico, è dovuto probabilmente alle scarse prospettive di crescita economica del paese, alle incertezze politiche legate al tema referendario, al timore di una nuova lunga stagione di ingovernabilità o, ancora, all'eventuale affermazione delle forze populiste e antieuropee.

Le crisi nel vecchio continente si intrecciano e si assommano, nella prospettiva dei mercati. La crisi migratoria, con il suo corollario di chiusura delle frontiere che rischia di produrre una nuova ondata di neoprotezionismo recessivo, la crisi istituzionale europea legata al referendum sulla Brexit, la crisi del debito (chiaramente inesigibile) dei Paesi dell'area sud, le politiche di austerity che - anziché rimettere in carreggiata le economie nazionali - rischiano di allontanare  ulteriormente investimenti e consumi, la crisi della rappresentanza, come emerso in Spagna nell'ultimo anno, con l'emergere di una tripartizione del consenso (Podemos, Pp, Psoe) che ha pesato, e continua a pesare, sulla governabilità del Paese.

Tutte crisi che - per i Paesi con fondamentali deboli come l'Italia (che però si aggrappa alla mole di risparmio privato delle famiglie) - potrebbero avere effetti devastanti, amplificati dalle preoccupazioni per la bolla immobiliare che si sta producendo in Cina, ultima locomotiva globale.



© Riproduzione Riservata

Commenti