Economia

Il Brasile tra ascesa e declino: da Brics all'orlo del crack

Disoccupazione, inflazione, crollo del Pil: il Paese della samba è in ginocchio. E la sua presidente ora rischia l'impeachment

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Paolo Manzo

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Il 2015 passerà alla storia come l’annus horribilis per l’economia del Brasile, paese considerato fino a poco tempo fa un'"opportunità da sfruttare" e un "mercato in cui esser presenti a prescindere", a detta dei principali media che si occupano di finanza.

Non bastasse, infatti, il milione di nuovi disoccupati che hanno perso il lavoro quest’anno, un’inflazione che sfiora ormai la doppia cifra (il 9,49% negli ultimi 12 mesi), un PIL che nel 2015 crollerà del 3% (fonte FMI, costretto a raddoppiare la stima negativa sul Brasile qualche giorno fa), una produzione industriale delle automobili in caduta libera del 42% rispetto al settembre 2014, il ribassamento dei titoli brasiliani a junk bond, livello “spazzatura”, dell’agenzia di rating Fitch (e Standard & Poor’s potrebbe imitarla presto), ieri sera è arrivata la spada di Damocle del TCU, la Corte dei Conti verde-oro, che ha respinto all’unanimità i conti del bilancio statale 2014, firmati dalla presidente Dilma Rousseff. Il motivo? Semplice. Erano falsi o, a volere essere benevoli, la leader del Paese del samba ha truccato (o fatto truccare) con artifici contabili il reale stato di salute dell’economia brasiliana.

Un gigantesco falso in bilancio calcolato in 106 miliardi di reais dal TCU, qualcosa pari a circa 35 miliardi di euro al cambio di fine 2014, mezza nostra finanziaria insomma. Come se non bastasse i magistrati del TCU hanno anche evidenziato passività nel sistema della previdenza sociale brasiliana pari a 2,3 bilioni di reais, una cifra astronomica difficile anche da scrivere e che corrisponde a 500 miliardi di euro al cambio odierno.

Brics, un lontano ricordo

Ma com’è possibile che il Brasile, che con Russia, India, Cina e Sudafrica fa parte dei ruggenti Brics e che solo nel 2010 cresceva a livelli quasi cinesi (PIL +7,9%), da allora sia precipitato così in basso?

Da un punto di vista meramente economico la spiegazione più plausibile è che gli stimoli alla domanda e, dunque, al consumo assieme all’ampliamento del credito - questa la cura anticiclica che funzionò sino al 2010 - non hanno “tirato” più come s’aspettava l’economista-presidente Rousseff. Non a caso la crescita nel quadriennio 2011-2014 è stata di appena il 6%.

Inoltre il Mondiale di calcio del 2014 ha mostrato al mondo tutte le promesse mancate da chi ha governato il paese negli ultimi 13 anni, ovvero il PT (Partito dei Lavoratori) dei presidenti Lula (2003-2010) e Rousseff (dal 2011 ad oggi). Oltre il 50% delle opere pubbliche promesse alla vigilia dei Mondiali non è stato terminato prima dell’evento, e non lo sarà neanche entro la fine del 2015.

Inoltre gli investimenti in proporzione al PIL brasiliano sono crollati da un già basso 23% del 2006 al 16% di oggi, una percentuale davvero infima per garantire una crescita. La maggior parte degli analisti considera infatti che l’optimum per gli investimenti sarebbe un 30% rispetto al PIL, percentuale che garantì per due decenni un boom senza precedenti alle cosiddette “Tigri asiatiche”.

Una tangentopoli senza pari

In Brasile, invece, non solo non si è investito in infrastrutture come si doveva ma, nell’aprile del 2014 è deflagrata una tangentopoli che, per il valore delle "stecche", è almeno 100 volte la “nostra” Mani Pulite e che, ça va sans dire, ha sconvolto la politica e l’economia del paese. Prima vittima delle inchieste del magistrato Sérgio Moro è stata Petrobras, la principale impresa statale usata come “cassa” per pagare le tangenti ai partiti della coalizione di governo, a cominciare dal PT, il cui tesoriere è in carcere ormai da mesi.

Per comprendere le dimensioni del “disastro Brasile” basti dire che se nel maggio del 2008 Petrobras valeva 737 miliardi di reais, l’equivalente di 200 miliardi di euro al cambio dell’epoca, a metà settembre 2015 dell’impresa petrolifera il cui maggior azionista con il 55% dei diritti di voto è lo Stato brasiliano, rimanevano appena 105 miliardi di reais, pari a 25 miliardi di euro al cambio attuale. Un ottavo rispetto al valore originario.

Una débâcle pari a quella di Dilma Rousseff, i cui conti 2014 sono stati bocciati dalla Corte dei Conti brasiliana – cosa mai successa in democrazia (solo nel 1937 per protesta contro il golpe di Getulio Vargas) - e che, proprio per questo, vede ora avvicinarsi una procedura di impeachment che la costringerebbe a lasciare la presidenza. Come accadde in passato al solo e nefasto Collor de Mello.

Come sempre, le crisi economiche in Brasile sono soprattutto politiche. La vera novità è che, per la prima volta, a scatenare entrambe è stata un'enorme inchiesta contro la corruzione, piaga endemica del Gigante sudamericano la cui economia avrebbe tutto per volare ma, invece, oggi è sull’orlo del fallimento. 

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