I 5 pericoli dell'economia globale
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I 5 pericoli dell'economia globale
Economia

I 5 pericoli dell'economia globale

Inflazione bassa, rischi geopolitici, assenza di riforme strutturali. E poi il calo dei Brics e la fine della liquidità a pioggia della Fed

Effetto Butterfly

Lo stato di salute dell’economia globale è così precario che basterebbe un battito d’ali in Giappone per provocare un terremoto negli Stati Uniti. L’economia del 2015 si può spiegare così, con l’effetto Butterfly. A distanza di sette anni dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense e a distanza di sei anni dall’inizio della crisi dell’eurozona, sono stati immessi nel sistema finanziario ingenti quantitativi di liquidità. Un bene, per contingentare una situazione di emergenza. Un male se si guarda agli squilibri potenziali. Ecco quindi i 5 pericoli che corre l’economia globale.

Inflazione troppo bassa

È uno scenario che fa paura alla zona euro, ma non solo. Di riflesso, anche l’economia globale potrebbe risentire della deflazione nell’eurozona. La Bce ha introdotto misure di politica monetaria del tutto straordinarie, come le Targeted longer-term refinancing operation (Tltro) e l’acquisto di titoli corporate, come covered bond e titoli cartolarizzati. Si è detta anche pronta a nuove azioni, come l’acquisto di titoli di Stato. Il tutto con un obiettivo chiaro e definito: riportare il tasso d’inflazione vicino all’unico target dell’Eurotower, il 2%. Che fare se nulla di questo avrà effetti positivi? Le armi a disposizione della Bce sono state usate quasi tutte, a esclusione dell’acquisto di bond governativi. Ma usare quest’ultimo stimolo potrebbe essere inutile. Del resto, i rendimenti sui mercati obbligazionari non sono mai stati così bassi dall’introduzione dell’euro a oggi. E più si abbassa il tasso d’inflazione più l’economia si deprime. La stagnazione, da spauracchio, potrebbe diventare la nuova normalità per l’area euro, contribuendo al deterioramento dell’economia globale.

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La Grecia e altri rischi geopolitici

Nell’eurozona non c’è solo la Grecia da tenere sotto stretta osservazione. Atene in questi giorni spaventa per via delle elezioni presidenziali anticipate dal primo ministro Antonis Samaras, ma il Paese che bisogna guardare per il 2015 è l’Italia. È vero che la storia non si fa né con i “se” né con i “ma”, tuttavia sono sempre di più le voci, in ambiente finanziario così come in quello politico, che vedono nel 2015 una nuova tornata elettorale in Italia. Un quadro che, da un lato, potrebbe rallentare il processo di rinnovamento che il Paese ha bisogno e, dall’altro, frenare la spinta europeista dell’attuale esecutivo, lasciando più spazio al populismo di Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Oltre a questo ci sono le tensioni geopolitiche che ancora sono vive. I fronti sono quelli noti: Medio Oriente e Russia. E, come ha ricordato Stratfor in un report degli ultimi giorni, “il mondo non è mai stato così vulnerabile e insicuro”.

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Assenza riforme strutturali

Mai come nel 2015 l’area euro si troverà di fronte a un bivio. O completa adozione delle riforme strutturali promesse negli anni passati o gli investitori perderanno la già debole fiducia che hanno nel Vecchio continente. Gli occhi sono puntati su Italia e Francia, alle quali la Commissione europea ha dato una lasciapassare di pochi mesi, scadenza a marzo 2015, per mettersi in regola con le misure in grado di mettere in sicurezza i conti pubblici nel corso dei prossimi anni. Questo significa riforma del mercato del lavoro, riforma della giustizia, riforma dei capitali, razionalizzazione della spesa pubblica e più leggerezza nel sistema fiscale. Finito il tempo degli annunci, ora è il momento delle risposte. E dato che se i governi dovessero davvero mettere in atto quanto promesso probabilmente perderebbero consensi a livello popolare, è difficile che diano quella mano che la Bce sta invocando da tempo.

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Il calo dei Brics

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, chi in modo più netto e chi in modo più effimero, stanno mostrando al mondo le proprie debolezze. C’è chi, come il Brasile, fatica a trovare una propria dimensione industriale. C’è chi, come la Russia, sta patendo sempre di più le sanzioni imposte da Ue e USA e sta finendo le armi di politica monetaria a sua disposizione. C’è chi, come l’India, deve reimpostare del tutto il suo sistema finanziario e adottare un modello di vigilanza macroprudenziale efficace e sostenibile. C’è chi, come la Cina, ha al suo interno squilibri finanziari tali da mettere a repentaglio l’economia globale. E infine c’è il Sudafrica, che sta lottando contro se stesso nel tentativo di fare il grande salto dalle materie prime all’industria. I Paesi emergenti sono emersi e lo hanno fatto malamente, adottando alla lettera il modello di sviluppo delle economie occidentali, senza che ci fossero i presupposti. Un ulteriore contrazione delle attività economiche in questi Paesi potrebbe tradursi in un calo della domanda aggregata a livello mondiale, capace di urtare sia l’eurozona sia gli Stati Uniti.

Fine della liquidità della Fed

Janet Yellen, presidente della Federal Reserve Chip Somodevilla/Getty Images

E poi c’è la Federal Reserve statunitense. Dopo aver immesso nel sistema finanziario globale miliardi su miliardi di dollari tramite tre round di Quantitative easing (Qe), il governatore Janet Yellen ha deciso di iniziare il ritorno alla normalità. Nell’ultimo trimestre del 2014 ha avviato il ritiro della liquidità del Qe e il mondo finanziario dovrà comprendere quale sarà l’impatto di questa mossa. Come ha spiegato nei mesi scorsi Goldman Sachs “gli effetti della fine del Qe sono ancora indefiniti”. Non è quindi possibile fare previsioni a lungo termine. Quel Qe che ha spinto ai massimi Wall Street ha però lasciato un’eredità importante, e potenzialmente pericolosa. Dato che la Fed ha comprato in prevalenza titoli di Stato americani e mutui cartolarizzati, Mortgage-backed security (Mbs), che erano in pancia delle banche, ci sono state delle distorsioni. Gli investitori, banche comprese, ancora scottati dal collasso di Lehman Brothers, sono andati alla ricerca di rendimenti dove potevano. Ecco quindi che hanno privilegiato le classi di asset, come bond governativi e Mbs, che potevano contare sulla garanzia della Fed. Sono quindi nate nuove bolle, come sul mercato dei Mbs statunitensi. E la domanda che si pongono gli investitori è sempre la stessa: potranno le banche centrali evitare la detonazione fulminante di tali asimmetrie?

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